Massacrata di botte e assassinata la donna trovata a Casalpalocco nel rogo della sua casa-magazzino

Per i carabinieri di Ostia era un suicidio Ma l’autopsia svela un’altra verità: è stata picchiata e poi data alle fiamme

Massacrata di botte, picchiata selvaggiamente fino alla morte e poi data alle fiamme. È stata uccisa in questo modo Maria Dobrida, la colf romena di 55 anni trovata senza vita lunedì sera nella sua abitazione a Casalpalocco. L’unica certezza per una strana inchiesta, aperta in un primo momento come incidente domestico, poi come suicidio infine, a quasi 24 ore di distanza, come omicidio. Un delitto senza omicida, movente, arma. Nonostante le smentite dei carabinieri di Ostia, la donna è stata trovata insanguinata. Materasso, lenzuola e vestiti intrisi di sangue. Tanto che il giorno dopo qualcuno è costretto a ipotizzare che la poveretta si sia tagliata i polsi e incendiato casa. I rilievi degli esperti, in parte compromessi dalle fiamme, non sono riusciti a stabilire se la donna si trovasse sola al momento della tragedia. È l’autopsia, invece, a puntare il dito su almeno 2 o 3 persone (dalle lesioni riscontrate) le quali si sarebbero accanite con ferocia sulla donna. A mani nude o con un oggetto contundente. Ma la morte, stando sempre all’esame anatomo-patologico, stabilisce che Maria è già cadavere quando le fiamme cominciano ad avvolgere la camera da letto. Una stanza chiusa a chiave apparentemente dall’interno per cancellare con il fuoco ogni traccia. «I polmoni della vittima non presentano tracce di fumo» refertano i medici. La morte, dunque, non è avvenuta per asfissia come ipotizzato in un primo momento dagli investigatori. Da Roma arrivano altre verità, come la presenza di più focolai appiccati dai killer per simulare un gesto disperato e depistare le indagini. Assassini che, così, avrebbero avuto tutto il tempo di allontanarsi. La donna, col marito, viveva in una casupola all’interno di una proprietà privata, al 2130 della via Cristoforo Colombo, adibita come deposito di attrezzi e macchinari. I due romeni sono impiegati come guardiani di notte. L’uomo (altrove per motivi di lavoro) avrebbe telefonato alla moglie e dalla voce avrebbe capito che qualcosa non andava. Tanto da allertare un conoscente: «Vai a vedere se è tutto a posto». Raggiunta la cancellata d’ingresso l’uomo vede il rogo e lancia l’allarme. Sono le 21,15 quando arriva la richiesta d’aiuto al 115. Pochi minuti, il tempo perché i vigili del fuoco sfondino la porta, e la 50enne viene tirata fuori e caricata su un’ambulanza. Ma quando arriva al Grassi, sempre secondo il referto del medico legale, è cadavere da un pezzo. La scena del delitto, perché di questo si tratta, viene setacciata alla ricerca dell’arma o delle armi, anche se non è chiaro se la donna sia stata malmenata a mani nude o con oggetti contundenti. Un giallo. A cominciare dalla chiusura della porta: interna o esterna? Di chiavi nessuno parla. Mentre si fa largo l’ipotesi che i killer abbiano inscenato il suicidio con l’espediente dei 3 focolai (per gli psichiatri «segno di disperazione»), non si capisce come abbiano fatto a fuggire chiudendo la porta dall’interno. Soprattutto perché uccidere, magari per vendetta, e far credere il contrario di tutto? Da indiscrezioni la Procura non avrebbe nessun indagato. Alibi sia per il marito che per il datore di lavoro, mentre una pista porterebbe i carabinieri nella direzione della comunità romena sul litorale romano.