«Uno massacrava Giovanna e noi ci spartivamo il bottino»

da Roma

Il suo sembrò un gesto di coraggio che strideva un poco con l’ambiente di degrado in cui era avvenuta la brutale aggressione di Giovanna Reggiani: una nomade che rompe l’omertà e infrange le regole del clan portando la polizia alla baracca di un connazionale che aveva appena ridotto in fin di vita una donna per strapparle la borsetta. Ma non è andata proprio così. Emilia Neamtu non ha soltanto visto Nicolae Romalus Mailat, 24 anni, trascinare il corpo insanguinato della Reggiani, come aveva raccontato. La sera dello scorso 30 ottobre ha assistito senza muovere un dito all’assassinio della moglie del capitano di vascello Giovanni Gumiero. E con lei c’erano altre due persone, il padre della compagna del giovane killer, Dorin Obedea, che poi ha anche aiutato Mailat a nascondere la refurtiva, e Gherasim Neamtu, il figlio di quella che finora era ritenuta la supertestimone. Altri due abitanti della baraccopoli che sorge nei pressi della stazione ferroviaria di Tor di Quinto, a Roma, dove la Reggiani è stata aggredita, si sarebbero dati da fare per far sparire parte del bottino. Per nulla intimoriti dal clamore suscitato dalla vicenda, né dal terremoto politico che nel giro di pochi giorni portò al varo di un decreto d’urgenza per applicare le norme dell’espulsione degli extracomunitari anche ai romeni, il gruppetto di nomadi si è spartito il contenuto della borsetta sottratta con tanta ferocia: ad Aurica, la compagna di Mailat, è andato il denaro, 2.800 euro; a Leana, la madre di Mailat, una catenina ed un paio di orecchini d’oro; a Dorin Obeda il telefonino della vittima, poi venduto ad un connazionale, il cui tracciato ha portato gli investigatori in Romania. Ora, loro sono liberi ed impuniti nel loro Paese.
A raccontare questi retroscena al magistrato di Bucarest, che li ha sentiti su rogatoria del pm italiano, sono Dorin Obeda, che era lì quando Mailat massacrava la Reggiani, e Nicolaie Clopotar, anch’egli romeno, passato per la baraccopoli di Tor di Quinto e rientrato in patria prima del delitto. A lui i fatti sono stati riferiti.
Quella sera Dorin aveva seguito Mailat fino al vialetto che collega la stazione di Tor di Quinto alla città. Era stata la mamma del ragazzo a chiederglielo, perché era preoccupata che il figlio, ubriaco com’era, potesse fare «qualche scemenza». Eccolo, infatti, Mailat raccogliere un bastone e appostarsi in attesa del passaggio del treno e dunque di un qualche passeggero da derubare. La brutta sorte tocca a Giovanna Reggiani, reduce da una giornata di shopping in centro. «Gli strappava la borsa strattonandola - racconta Dorin nel verbale - la donna resisteva, l’ha graffiato sul viso. Ho visto Mailat colpirla con tutte le sue forze con il bastone sulla fronte. La donna è caduta a terra. Io mi sono avvicinato, ho chiamato Mailat. Lui ha preso la borsa e me l’ha gettata dicendomi “prendi la borsa e sparisci, fai attenzione a non far cadere niente”. In quel momento ho visto arrivare Emilia e suo figlio e ho sentito Emilia dire “Mailat cosa hai fatto?”. Lui le ha risposto di stare zitta. Emilia ha detto a Mailat di buttare la donna sotto il ponte. Ho visto Mailat prendere la donna e trascinarla verso il ponte». Dorin poi porta la borsetta nella baracca di Leana, la madre di Mailat, e di suo marito Doru. Poco dopo arriva Mailat, con il viso e le mani sporche di sangue: «Credo di averla uccisa», dice. Dorin continua a raccontare: «Ho visto che nella borsa c’erano 2.800 euro. È stato Doru a contarli». Soldi che la madre di Mailat porterà in Romania, per consegnarli alla fidanzata del figlio. All’arrivo della polizia Mailat passa il cellulare della Reggiani a Dorin, poi viene portato via. L’indomani la polizia torna e butta giù le baracche. «Non sono mai stato convocato per testimoniare», conclude Dorin.