Il massacro dei Romanov: dopo 90 anni il giallo resta risolto

Finalmente identificati i resti dell’erede al trono Aleksei e della sorella Maria, uccisi nella strage ordinata da Lenin. <strong><a href="/a.pic1?ID=276611">Tra lo zar e Stalin testa a testa nel cuore dei russi</a></strong>

Si potrebbe obiettare che rispetto all’evento in sé fu una vicenda minore, che in fondo riguardò un pugno di persone rispetto alle grandi masse che di quella rivoluzione furono in vario modo protagoniste. È in quest’ottica, del resto, che nei tre volumi di E. H. Carr a essa dedicati, un classico della storiografia anni Cinquanta, la vicenda è liquidata in poco meno di una frase...

Eppure, se non ci si fa abbacinare dalle dimensioni e si sa leggere nel profondo delle decisioni, c’è in quella condanna a morte più simile a una strage mafiosa che a un’esecuzione politica, la chiave di volta per capire cosa sia stato il «terrore» inteso in senso pratico e ideologico.
La liceità del terrore non è qualcosa che si assume a cuor leggero e i primi a saperlo furono proprio quelli che la attuarono. Non ci si deve accontentare della spiegazione che, a posteriori, ne diede un rivoluzionario di professione come Trockij: «La decisione non fu soltanto opportuna, ma necessaria. La durezza di questa giustizia sommaria mostrò a tutto il mondo che eravamo decisi a combattere senza pietà, non guardando in faccia a nessuno». Fosse stato davvero così, fosse stata un’esecuzione per terrorizzare il nemico e rinsaldare le proprie file, Lenin e i suoi l’avrebbero rivendicata sin dall’inizio, gridata ai quattro venti, e non nascosta, negata e/o minimizzata come a lungo fecero. Dietro, insomma c’era anche e soprattutto un misto di paura, cieca violenza, vergogna mista a consapevolezza, pressappochismo... E però, ha scritto lo storico Richard Pipes, quella spiegazione è esatta «in un senso morale e psicologico più profondo. Come i protagonisti dei Demoni di Dostoevskij, i bolscevichi dovevano versare del sangue per legare i seguaci indecisi con il vincolo della colpa collettiva. Quando un governo si arroga il diritto di uccidere le persone, non per quello che hanno fatto o avrebbero potuto fare, ma perché la loro morte è «necessaria», si entra in un ordine morale del tutto nuovo. È questo il significato simbolico dei fatti accaduti a Ekaterinburg nella notte fra il 16 e il 17 luglio 1918». Quel massacro fu il primo passo sulla soglia del genocidio premeditato.

Proprio perché il primo, avvenne in un’orgia di confusione e di isteria. Erano undici le persone da eliminare nella grande casa bianca, a due piani, già dimora dell’ingegner Ipateev denominata «a destinazione speciale»: l’ex imperatore Nicola II, la moglie, il figlio, le quattro figlie, il medico di famiglia e i tre domestici. Vennero svegliati che era da un po’ passata l’una di notte: c’erano disordini in città fu detto loro, bisognava scendere di un piano e trasferirsi per sicurezza in un’altra ala dell’abitazione. Ci volle mezz’ora per lavarsi e vestirsi, poi il piccolo corteo si mosse per arrivare sul lato opposto della casa, passando per il cortile. Fuori c’era un camion con il motore acceso: avrebbe coperto gli spari...

Si ritrovarono tutti, vittime e carnefici, un plotone di undici cekisti, in una camera vuota, sorta di scantinato, di cinque metri per sei: ogni boia aveva in teoria il proprio condannato da eliminare, ma la fretta, la ristrettezza degli spazi obbligarono a una specie di balletto degli spostamenti, piedi nobili e piedi plebei che si urtavano e si calpestavano a vicenda. Nicola aveva in braccio Alessio, lo zarevic emofiliaco, Anastasia il suo cocker spaniel Joy. Vennero portate due sedie, per il ragazzo malato e per l’ex imperatrice, Alessandra, poi fu letto ad alta voce l’ordine di fucilazione, Nicola disse qualcosa, partirono i colpi come grandine, i proiettili che rimbalzavano sulle pareti e sul pavimento. Quando la gragnuola cessò, metà delle vittime era ancora in vita e fu finita a colpi di baionetta. Ci vollero venti minuti per portare a termine tutto il lavoro.

Gli incaricati della successiva «ripulitura» dissero che «la stanza era piena di qualcosa che sembrava come nebbia di polvere da sparo e puzzava di polvere da sparo. Sui muri c’erano schizzi e macchie, per terra piccole pozze».

Alla mattanza seguì l’orrore di una prima sepoltura nel bosco di Koptjaki, a quindici chilometri di distanza, ma il termine sepoltura non rende bene l’idea. I cadaveri furono spogliati, vilipesi, bruciati e poi ricoperti di terra. Il giorno dopo vennero riesumati, la fossa non era abbastanza profonda, il posto non così sicuro, trasferiti sulla strada per Mosca, seppelliti di nuovo dopo essere stati cosparsi di acido solforico.

Come la libertà, anche il totalitarismo ha le sue giornate storiche e il massacro dei Romanov è una di quelle, ripugnante nella sua ideazione quanto nella sua modalità, preludio ai massacri di massa del XX secolo.