Massaro: "Così si vince la finale di Atene"

Nel ’94, in Grecia fu decisivo nel trionfo del Milan contro il Barcellona segnando due dei quattro gol. "Attenti alle trappole di Benitez, ne inventa sempre una"

Milano - Scusi Massaro, se le dico una data qualsiasi, magari il 18 maggio 1994, le viene in mente qualcosa?
«Sclerotico non lo sono ancora, quella è una data che ricorderò sempre, uno dei più bei giorni della mia vita: la conquista della coppa dei Campioni, la coppa più bella e più prestigiosa. Quella fu una grande vittoria, ma tutta quella stagione fu grandiosa: lo scudetto, la coppa, poi il mondiale in Usa perso ai rigori. Insomma è stata decisamente l’annata più bella della mia vita. E ben pochi giocatori possono dire di averne vissuta una così».
La coppa con le grandi orecchie vinta in quel di Atene, guarda caso...
«È davvero una bella fatalità che tanti anni dopo il Milan si trovi ancora lì a disputarsela per l’ennesima volta. Ma è la dimostrazione della bontà della società».
Ma Atene cosa rappresenta per Massaro?
«Una data fondamentale della mia carriera con la classica ciliegina sulla torta. Fin da bambino, quando giocavo con i pulcini, avevo un sogno nel cassetto: giocare la finale di coppa Campioni. Qualche volta i sogni si avverano, il mio si è trasformato in realtà e qualche volta, nel ripensarci, neppure ci credo di essere stato così baciato dalla fortuna».
Lei si è trovato nel Milan degli «invincibili», un Milan che vinceva tutto.
«Penso che quello sia stato il Milan più grande di sempre, con tutto il rispetto per i campioni rossoneri che ci hanno preceduto e che sono venuti dopo di noi. Ma quel Milan ha cambiato le regole dello sport, la mentalità vincente, l’applicazione al lavoro, la sintonia del gruppo. Abbiamo fatto cose straordinarie nel mondo, quella squadra ha in sostanza rivoluzionato il calcio».
Visto che è andato giù piatto, allora il suo Milan, con Fabio Capello in panchina, era davvero più forte dell’attuale guidato da Carlo Ancelotti?
«È sempre difficile fare confronti perché le caratteristiche sono diverse, ma uguale è la mentalità, vincente, di chi non molla mai. Diciamo allora che il mio Milan era più continuo, non aveva alti e bassi, ma un’andatura sempre ai massimi regimi. E i risultati si sono visti».
Con lei c’era gente che si chiamava Tassotti, Maldini, Albertini, Donadoni, Boban, Savicevic. Le sembra poco?
«E c’era fuori un certo Franco Baresi e anche Billy Costacurta. Ma era tutto l’insieme che faceva di quella squadra un blocco granitico e indistruttibile. E se poi ci mettiamo anche la fantasia di Boban e Savicevic, allora chi può reggere il nostro confronto?».
E i suoi due gol?
«Li ho qui in testa, ma in quei momenti non capivo più niente. Ero ubriaco di felicità».
Adesso i suoi eredi si troveranno davanti il Liverpool. Una squadra da temere?
«Certo, poi c’è anche un ricordo spiacevole. Ma i ragazzi non devono andare ad Atene per cercare la vendetta, devono solo confermare lo stato di grazia nel quale si trovano. Poi le motivazioni arrivano naturali».
A livello tecnico non c’è partita però, troppo forte il Milan di Kakà e Seedorf.
«Anche nel ’94 il Barcellona era forte quanto noi e poi è finita 4-0. Ma è controproducente pensare di essere superiori agli avversari».
Chi deciderà la partita?
«Spero proprio un rossonero, uno tra Kakà, Seedorf e Gilardino. Ma attenti a questo Liverpool, ha una rosa formidabile e poi c’è il tecnico Rafa Benitez che sa sempre trovare la mossa giusta ed estrarre dal cilindro la sorpresa. Ha estro, inventa trucchi e tattiche, prima gli dai del pazzo e poi invece devi convenire che aveva ragione lui».
Vincere la Champions farà arrabbiare l’Inter?
«Peggio per loro. Hanno rinviato la festa del giorno dopo; sono già sei volte che festeggiano. Ma li capisco, perché non sono abituati a festeggiare come fa il Milan da oltre vent’anni.. Però mi fa piacere che la loro festa possa essere amara per il nostro successo».
Ma allora è meglio vincere lo scudetto o la Champions?
«La Champions league, per tutta la vita».