IL MASSIMO DELLA CONFUSIONE

I casi sono due: o è una sconvolgente novità oppure è una malinconica conferma. Non è detto che la seconda ipotesi, che pure appare la più caritatevole, sia la meno allarmante. In ambedue i casi si tratta della politica estera del governo Prodi, che il suo responsabile, Massimo D’Alema, continua a sentire il bisogno di spiegare e rispiegare, come se le spiegazioni precedenti non fossero state pronunciate in un italiano chiaro. Chiara la lingua è. Il problema sono non tanto le idee o le intenzioni quanto la sempre più manifesta incapacità, o impossibilità, di tenerle incollate assieme in modo da fornire una pietanza accettabile ai palati di tutti. Non solo dei nove partiti e partitelli della coalizione di centrosinistra (che a tenere conto di correnti e sottocorrenti sono in realtà due buone dozzine) ma anche agli interlocutori ovvii di un ministro degli Esteri, cioè i governi e l’opinione pubblica dei Paesi esteri.
Che è tanto perplessa e divisa che il povero D’Alema ha sentito il bisogno di spiegarla, proteggerla, difenderla anche di fronte a un uditorio che dovrebbe essergli amico più di ogni altro: la sinistra europea. Ai suoi rappresentanti parlamentari D’Alema ha sentito il dovere di fornire le ennesime spiegazioni. Forse non ritenendole egli stesso abbastanza convincenti (il nostro ministro degli Esteri non è un dilettante in un governo che in larga parte è formato di dilettanti inesperti quanto ambiziosi) è ricorso a quello che è un po’ l’equivalente, in quella situazione insolita e quasi eccentrica, della richiesta del voto di fiducia. Ai suoi colleghi ha offerto in pegno e garanzia la propria testa. «Se la politica estera non va bene, il mio mandato è a disposizione. Non mi si chiedano stravaganze perché non sono nel mio dna». Parole davvero insolite. Ma rivolte a chi? Da un linguaggio con qualche parvenza diplomatica il destinatario esce abbastanza chiaro: gli alleati di D’Alema nel governo di centrosinistra. Coloro che vorrebbero, evidentemente, fare il contrario di quello che il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri dice di proporsi: stravaganze.
E chi sarebbero gli «stravaganti»? D’Alema non ha fatto nomi, evidentemente, ma è abbastanza ovvio che a premere su D’Alema perché egli vi si abbandoni non sono i quattro gatti «centristi» del governone-governino di Romano Prodi: sono i partiti e gli uomini che nel grande arco si collocano a sinistra dei Democratici di sinistra. E cosa vogliono costoro? Emerge su tante posizioni e sui più svariati problemi, dall’Afghanistan all’Irak, dai rapporti con l’America ai giochi interni di equilibrio in Europa (anche all’interno della sinistra: basti pensare alla divaricazione fra Tony Blair e i socialisti francesi, rispecchiata in casa nostra dalla contrapposizione fra Rutelli e Pecoraro Scanio o addirittura all’interno dei Ds). Spinte spesso confuse, obiettivi delineati in fretta o in fretta «coperti», ma con un comune denominatore che si riassume in una parola: discontinuità. Discontinuità del governo Prodi rispetto non soltanto, ne sarebbe ovvio, al governo Berlusconi ma nei confronti di tutta l’impostazione che, con variazioni in fondo trascurabili, ha avuto la politica estera italiana dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Velleità forse, ma con una radice inestirpabile, che è la «cultura» della sinistra italiana in tutti questi decenni, la sua identità. Quella che la fa diversa dai socialismi tedesco o britannico o francese. Una diversità che proprio le parole di D’Alema confermano ineliminabile, almeno negli anni concessi a questo governo e alla maggioranza puramente aritmetica che lo sostiene. E lo fa inciampare ad ogni passo.