Massimo Fini: "Ecco perchè la cultura non dà da vivere"

La cultura non tintinna. Dà altre soddisfazioni. Denaro? Se lo chiedi a Massimo Fini sembra quasi un insulto. L’anticonformismo è il suo cavallo di battaglia, ha chiamato il suo mensile La voce del ribelle. L’arte, la letteratura è vita; i soldi, vari ed  eventuali. Ma sono altro, appunto.

La cultura paga o no?
«In termini di denaro sicuramente no, in termini diversi sì. Credo. Diciamo che dà altre gratificazioni. Del resto il problema di fondo della cultura italiana oggi è che non ha più influenza sulla società: un rutto in televisione può distruggere la Critica della ragion pura in un secondo. E se non si salva Kant, figuriamoci altri».

È sempre stato così?
«La cultura è fondamentale nella storia dell’umanità. Ha un ruolo cruciale. Fino alla metà del Novecento, però, era anche incisiva sul mondo. La cultura elaborava le grandi categorie che si trasmettevano alla popolazione: così dall’epoca di Platone e Aristotele, poi con i Padri della Chiesa, il Rinascimento, la filosofia dell’Ottocento. Oggi non conta più. È un problema sociale, non tanto legato al singolo individuo».

Si può vivere con la cultura?

«No. Oggi non si può sopravvivere solo con il lavoro di intellettuali. Nel secondo dopoguerra, fra gli scrittori soltanto Moravia e Calvino hanno vissuto delle loro opere. Gli altri si sono adattati, con impieghi presso case editrici o lavori collaterali. Si parla di scrittori veri, ovviamente». È un fenomeno che riguarda solo la letteratura? «Direi di sì. Per le arti figurative il procedimento è stato inverso: prima i grandi pittori erano poveri, oggi guadagnano soldi a palate, anche se fanno una stronzata qualunque. In generale il problema riguarda più l’intellettuale classico, impegnato: quello che è passato dall’importanza che aveva negli anni Cinquanta alla non importanza di oggi. Nel nostro mondo una soubrette o un calciatore sono molto più importanti di un uomo di cultura».

Tutti però, a parole, sono pronti a dire che la cultura è importante. Come mai?

«Certo, ma questo non ha a che vedere con i soldi. Puoi vivere modestamente, ma avere un ruolo nella società. È questo che conta: altrimenti l’intellettuale vale zero. La cultura è soprattutto sofferenza: è sensibilità e, quindi, anche la possibilità di essere ferito dal mondo è molto maggiore. Nel caso di Ceronetti, c’è poi una coerenza di vita. Non credo si diverta a vivere così».

L’intellettuale di oggi è condannato?

«In questa struttura economico-sociale sì. Oppure può fare un altro mestiere, cambiare ruolo. Non si possono combattere le strutture della società».

Non è quello che tenta di fare?
«Be’ sì. Io mi oppongo, ma sono in una nicchia. Cerco di abbattere questo sistema nel mio piccolo, a colpi di kalashnikov, ma so che è una lotta vana: per dirla da democristiano, è solo “un atto di testimonianza”».

Contaminarsi coi soldi è per forza un delitto?
«No, non c’è niente di male, se i soldi non corrompono il tuo mestiere, il tuo mondo».

Come?
«Se la letteratura diventa mercato, non scrivi più per te e poi, eventualmente, per altri: scrivi in tutt’altra chiave. Kafka scriveva per se stesso, quando tornava dal lavoro. Non voleva nemmeno pubblicare, fu Max Brod a farlo. Se pensi di scrivere per piacere al pubblico non fai letteratura, fai fiction».

Gli intellettuali ci servono ancora?
«Certo. Ma sono dei panda, ormai. Ci ricordano che sono esistiti».