MASSIMO FINI Un futurista antimoderno

E anche antiamericano, antiprogressista, no global: parla l’esponente più anomalo e scomodo del giornalismo italiano

Come si fa con l’inquilino di riguardo, il portiere preannuncia a Massimo Fini che sto salendo da lui. Il ribelle per antonomasia, si fa perciò trovare sull’uscio, appoggiato allo stipite della porta con una sigaretta spenta sulle labbra.
«Essere avvertiti dal portiere è più da commendatori che da anticonformisti», gli dico dandogli la mano. Massimo tace, il suo modo di ammettere che c’è del vero. Ma se anche avesse da obiettare, non farebbe mai valere una piccola ragione. Lui ama solo le polemiche eroiche.
«Ti do da bere», dice sapendo che ho fatto 200 chilometri per raggiungerlo a Milano e mi indica una poltrona.
«Grazie, sono a posto», dico e siedo nel salotto. Un salotto alla Fini, intendiamoci. Col tavolo da lavoro, la preistorica Olivetti e attorno il mondo alla rovescia. Pupazzi in libreria, libri sulla tv, riviste sul tappeto. La locandina del suo libro di maggiore successo, Il vizio oscuro dell’Occidente, 120 mila esemplari venduti, svetta su un trespolo. Copie della sua ultima fatica sono, invece, sparse a pioggia. Se alzi gli occhi ne vedi tre, cinque se li abbassi, sette se guardi dritto.È la sola pubblicazione al mondo in cui il nome dell’autore fa parte integrante del titolo, Massimo Fini, Il ribelle dalla A alla Z. (Marsilio). Un’impudica autocelebrazione, un monumento a se stesso, una summa del suo pensiero.
«Da dove vieni?», chiede Massimo stranamente convenevole.
«Mondovì, Basso Piemonte».
«Vicino c’è Chiusa Pesio».
«Bella Certosa. La conosci?».
«La mia prima fiamma era di Savona. Venuta l’estate, partì in villeggiatura a Pesio con la famiglia. Per farle una sorpresa, la raggiunsi. Si era già messa con un altro. Mi ha aiutato a capire la vita».
Fini ha quel che si dice un viso vissuto e chissà di quale delle sue pieghe è responsabile la sedicenne di Savona. Ma ha anche un che di ragazzesco, da sessantenne ancorato alle sue illusioni da liceale. È padre e potrebbe essere nonno, ma è vestito da figlio che vuole fare dispetto ai genitori. Ha una camicia azzurra stinta, i jeans rosa consumati, scarpe da ginnastica decrepite. La capigliatura poi, nemmeno a studiarla a tavolino: una tempesta di ciuffi che copre una vaga riga sui capelli grigi. Tutto molto James Dean, romantico e anni ’50. In giacca e cravatta, mi sento un travet cretino di fronte a genio e sregolatezza.
«Dalla A alla Z è la quintessenza delle tue balordaggini», dico.
«Ti caccio il libro in gola», dice.
Stai tirando i remi in barca?
«È il mio ultimo libro. Ho sistemato il mio pensiero. Ora basta. Non voglio ingannare il lettore riproducendo cose già scritte».
Sei convinto che il mondo penda dalle tue labbra?
«Mah... C’è sempre un certo delirio nel fatto di scrivere libri. Gli ultimi però hanno dimostrato che c’è un interesse notevole, sia pure di nicchia, per questo tipo di posizioni. La cosa interessante è che il mio pubblico è giovane».
Ti lusinga?
«Mi fa piacere di intercettare qualcosa che non è Giulio Andreotti».
Sei un forsennato narciso?
«Ho certamente componenti narcisistiche molto forti. La donna con cui stavo mi dava del perverso narcisista».
Mi interessa quel «perverso».
«Per lei tutti i maschi erano perversi. Dieci anni di passione. Alla fine, ero esausto», dice, mentre una signora con l’aria della governante gli porta mezzo bicchiere di bianco.
Perché ti atteggi ad anticonformista e ribelle?
«Anticonformista, è l’etichetta degli altri. Io mi limito a parlare chiaro. Ho il coraggio dell’esplicito, ha detto Franco Cordelli. Ribelle invece perché non mi sono mai intruppato. Non è un vanto. Significa anche non volere vincere per scansare la responsabilità della vittoria. Un ribelle non è un rivoluzionario, né un cospiratore. È una figura psicologica, più che politica».
Il tuo cosiddetto anticonformismo ha nomi arcinoti: antiamericanismo...
«Gli americani?», esclama e di colpo si arrabbia di brutto. «Gli Usa facciano quello che c...zo vogliono, ma non in nome dell’etica. Cresciuti su un genocidio schifoso, fucili contro frecce e l’arma chimica del whisky, unici a gettare la bomba atomica, distruttori di Dresda con la Germania già a terra, esportano la democrazia a chi non la chiede, bombardatori per il bene del bombardato. Ma va là. Se sei così e poi ti tirano giù le Torri Gemelle, non piangi, perché è la conseguenza di ciò che stai facendo....». Poi si calma. Chiude gli occhi e sprofonda nell’ascolto di sé stesso.
Non solo anti Usa, ma antimodernista, antilluminista, no global.
«Né di destra, né di sinistra, categorie ottocentesche e superate. Mi considero oltre. Non antimoderno, ma più moderno. Oggi, nemmeno Adam Smith, essendo un genio, ragionerebbe come Angelo Panebianco che ripete talmudicamente le cose che Smith diceva tre secoli fa».
Sostieni che la falce è meglio della trebbiatrice.
«La dimensione artificiale ha preso troppo il sopravvento sugli equilibri naturali».
Sei contro il salvataggio delle balene imprigionate nei ghiacci, perché la natura deve fare il suo corso.
«Tre balene, che avevano perso il branco, erano rimaste tra i ghiacci del Mare di Bering. Venne l’animalismo internazionale e cominciò a sparare sugli orsi che con le balene volevano fare un festino. Dimmi che senso ha uccidere gli orsi per salvare le balene? La natura ha elaborato le sue leggi in milioni di anni e prima di toccarle, c’è da pensarci. Io mi fido più di queste leggi che di un porco di premio Nobel che mette in moto qualcosa di cui non sa le conseguenze».
Perché non sfoghi i tuoi malumori con sport e donne?
«Vado in bici, nuoto e ho sempre avute delle fidanzate. La mia è stata tutto tranne che una vita spadoliniana, lontana dal sesso e da sentimenti. Non ridurrei tutto a questo. Io sono così da quando ho 16 anni, Il mio limite è che, sapendo che tutto è gioco, prendo tutto sul serio».
In Dalla A alla Z, contrapponi i valori forti dei kamikaze alla «settimana di lacrime e strazio per i 17 soldati italiani morti per non avere saputo difendersi». Ora ne sono morti altri tre. È la tua idea di Nassirya?
«Attacchi legittimi, a meno di negare il diritto di opporsi alle forze di occupazione. Da noi, non c’è più nessun valore che valga la vita. Questa è la superiorità islamica».
Ti piace l’Islam?
«Nessuna simpatia. I monoteismi mi stanno tutti sul c...zo. Gli islamici sono geneticamente intolleranti. Ciò che mi preoccupa è che il vizio si sia incorporato nella nostra cultura e che vogliamo renderli come noi. È facile rispettare l’altro che si omologa a te. Va invece rispettato nella sua diversità».
Ti consideri unico nel giornalismo italiano?
«Sarebbe supponente e stupido. Però, facendo leva su un’emarginazione effettiva, mi sono fatto una fama al di là dei meriti. Fossi stato un inviato del Corriere, non sarebbe stato così».
Hai affinità con qualcuno?
«Fatte le debite differenze, mi sento vicino a Gianfranco Funari».
Hai un modello?
«Curzio Malaparte, il più grande giornalista di tutti i tempi. Amo anche Indro Montanelli, meno internazionale di Malaparte, ma straordinario per chiarezza di esposizione. Un altro, più abbordabile, perché puoi arrivarci vicino, è Giorgio Bocca».
Di tua mamma russa, dici che era bugiarda come tutti i russi. E tu?
«Sono un bugiardo che non sa mentire. La mia ex moglie, che sarebbe stata bravissima a fare il capo della questura, si accorgeva delle mie bugie dal labbro che mi diventa pendulo».
Tuo papà, Benso, era direttore del Corriere Lombardo. Hai avuto la strada spianata?
«Ho perso mio padre a 16 anni. Sono diventato giornalista dell’Avanti, 12 anni dopo. Ho fatto da me. Detesto il nepotismo».
Amavi tuo padre perché...
«Non ho amato mio padre e non ho amato mia madre».
Cosa sei politicamente?
«Non voto. Tutti parlano solo di economia. Il problema è invece la crisi dell’identità e dei valori. Ma se il sistema è questo, resto socialista. Che non significa essere stato craxiano».
Un politico che ti va a genio?
«Pietro Nenni. Una vita spesa in politica e una modesta casa a Formia».
Alla voce «Pudore» del tuo libro, dici: «Scomparso». Vale anche per te che ti elogi a ogni riga e ti consideri incompreso?
«Che mi elogi, lo dici tu. Incompreso, non è colpa mia, ma è così. Il mio direttore dell’Europeo, Tommaso Giglio, diceva che le qualità di Fini le aveva viste solo in Bocca e Oriana Fallaci. Prendiamo un fatto oggettivo: i miei libri, vendono o no? Vendono. Possibile che non riceva una sola proposta di lavoro e vada in tv col contagocce?».
In Vittorio Sgarbi hai trovato uno più impudico di te. Vi siete rinfacciati la tresca con la stessa donna che, insoddisfatta di te, lo ha detto a lui che ha scritto tutto, prestazioni comprese. Non vi vergognate?
«Mi vergogno profondamente. Con Sgarbi tutto diventa penoso e pecoreccio. A polemizzare con lui, c’è solo da perderci».
La tua vita, dall’alto dei tuoi 60 anni.
«Non so se sia stata un’avventura o solo una lunga agonia».
Il tuo motto.
«Non credere in nulla, ma fare come se qualcosa di vero ci fosse».