Massimo Fini l’antiamerikano: «Stavolta sto con loro siamo diventati tutti grigi»

Massimo Fini, scrittore prolifico e senza peli sulla lingua, è un pensatore per niente tenero con il modello di vita americano. Gli abbiamo chiesto il suo parere sull’articolo di prima pagina di due giorni fa del New York Times che ha rinfocolato le polemiche sulla salute dell’Italia.
Secondo il New York Times l’Italia è un Paese triste...
«Sì, è un Paese triste. Chiunque ci viva l’ha visto prima del giornalista del NYT. È il Paese europeo che ha subito di più, e peggio, la modernizzazione. Eravamo il giardino d’Europa, poi la cementificazione e l’industrializzazione ci hanno distrutto... C’è stato un cambiamento antropologico, l’Italia era un coacervo di popoli diversi. Ora siamo omologati, appiattiti su un ceto medio amorfo e arrivista. Un ceto medio modellato dalla subcultura televisiva e dalla volgarità. Prima eravamo più primitivi, ma il primitivo è rozzo, mai volgare».
Il nostro problema principale, a parte la classe politica, sembra essere l’impoverimento e il poco sviluppo tecnologico...
«Su questo non sono d’accordo. Quando eravamo poveri ma con dei sogni, e un’identità, eravamo molto più felici. La nostra tristezza non deriva dalla povertà, ma dal benessere. Non si può vivere di solo pane, solo per produrre, privati della nostra tranquillità interiore. Non si vive con il solo obiettivo di cambiare la macchina o di comprarsi un vestito Armani. Ormai ci mancano i valori condivisi... Quanto alla classe politica ha di nuovo ragione il New York Times. Non si può vivere di premier e presentatori eterni, in un Paese governato da vecchi...».
Il Presidente Napolitano, compiendo una doverosa «difesa d’ufficio del nostro Paese», ha detto: «Scommettete sull’Italia, sulla nostra tradizione e il nostro spirito animale...».
«Per la prima volta in tanti anni, sulla questione dello spirito animale, sono d’accordo con lui. È vero che lo spirito animale dell’italiano è quello che lo toglie dai guai. È spirito di sopravvivenza, la vera forza dei napoletani, per fare un esempio... La mia paura è, però, che questo spirito sia andato perso, che ormai ci manchi la vitalità».
Se dopo queste considerazioni ribaltassi la domanda del New York Times e le chiedessi: l’America allora, a differenza di noi è un Paese allegro?
«Questa tristezza riguarda tutto il mondo occidentale. In Italia fa più sensazione perché un tempo da noi la gioia di vivere esisteva. L’America ed altri Paesi non erano allegri neanche prima. La tristezza che c’è in Occidente io in Africa non l’ho mai incontrata, anche nelle situazioni più disgraziate... Da noi sino agli anni ’50-60 è sopravvissuta una certa leggerezza, una certa grazia... Ora però la triade pizza, mandolino, amore è davvero morta e sepolta».
Non è che certe critiche gli italiani hanno la tendenza a subirle in modo un po’ masochista?
«Secondo me è un lato positivo del nostro carattere: non siamo sciovinisti. Ce le facciamo dire. L’importante è non cadere nell’autocompiacimento. Trovo peggio quando ce le raccontiamo tipo il mito degli italiani brava gente, quando abbiamo cose come la mafia... Oppure la nostra attitudine a non assumerci le nostre responsabilità, a svicolare. Come con i fatti della seconda guerra mondiale. Ma questa è un’altra storia...».