"Massimo Rolex", il viveur che don Vito teneva incatenato

Chi é il uke-box delle Procure. Ciancimino jr, dalla vita rigida
educazione paterna a una vita spericolata all'insegna del lusso e della
mondanità

Di soprannomi, prima di diventare il juke box delle procure pronto a cantare su qualsiasi tema – inclusi Gladio e la strage di Ustica, che un dipietresco che c’azzecca, almeno con Cosa nostra, ci starebbe bene - Massimo Ciancimino ne ha avuti più d’uno: «Nano», per la bassa statura, «Massimo Rolex», per la passione sfrenata per lusso, viaggi, bella vita. Già, la bella vita. Quella bella vita che «Massimuccio» - così il più piccolo dei cinque figli di don Vito Ciancimino viene pure chiamato affettuosamente, anche se adesso di anni ne ha 47 – sta cercando disperatamente di difendere parlando a raffica, parlando a tutti. Parlando a tutti e di tutto, anche a sproposito. Perché il processo a suo carico per riciclaggio, che in appello - il 3 dicembre scorso, quando le sue “cantate” erano abbondantemente cominciate - gli ha fatto la grazia, con uno sconto di pena da cinque anni e otto mesi del primo grado a tre anni e quattro mesi, ha lasciato aperto un nodo fondamentale, “il” nodo per un viveur come lui tutto cachemire (forse ne avrebbe comprato qualcuno anche per Bernardo Provenzano), grandi firme e yacht: quello del patrimonio.

Un patrimonio faraonico, oltre 60 milioni di euro, che nonostante l’alleggerimento della pena è rimasto e resta in regime di confisca.
Un cruccio insopportabile per il golden boy di casa Ciancimino, quel tesoro che rischia di prendere il volo. Don Vito, in verità, di lui non si fidava. Anzi, non si dava pace che quel figlio proprio non gli somigliasse, che gli desse tanti pensieri. Raccontano le voci del vippaio palermitano, quel vippaio della buona borghesia nel quale, prima di diventare il consulente tuttologo dei pm di mezza Italia, Ciancimino junior albergava di diritto, che quando Massimuccio era solo un ragazzino scapestrato che di prendere uno straccio di diploma proprio non voleva saperne, don Vito ricorreva alle maniere forti. Lo chiudeva in casa, legandolo con una lunga catena alla caviglia in modo che potesse muoversi ma non uscire per correre in discoteca. Una lezione che Massimuccio non ha mai digerito. E infatti, quando nel 1984 Giovanni Falcone mise in cella don Vito fu proprio lui tra i primi ad andare a trovare papà in carcere: «Chi di catena ferisce...» gli disse, perfido.

Amante del lusso, Massimuccio. E da sempre. Da ragazzino faceva impazzire don Vito perché guidava macchine - una volta anche l’auto blu del padre ex sindaco e assessore - e motorini senza patente. Certo, crescendo, i suoi gusti si sono raffinati: Ferrari, Bmw, roba di lusso, da esibire con gli amici del bel mondo - anche romano - e nelle vacanze a Cortina, dove giura chi lo ha conosciuto «era un re». E poi il mare, le barche. Nel 2006, quando la Guardia di finanza mette i sigilli a quella che si ritiene sia solo una parte del tesoro di don Vito, le barche sono uno dei pezzi forti, roba da un milione e mezzo di euro.

Scapestrato da giovane, pronto a dilapidare il patrimonio paterno, ma oculato risparmiatore quando si tratta di «evitare» di dare allo Stato soldi del patrimonio di papà. La Guardia di finanza, nel 2008, ha presentato il conto a Massimuccio: 42 milioni di euro, anzi 42 milioni, e solo per quel riguarda i proventi relativi al periodo 2002-2004. Un’enormità. Un’enormità proporzionata alla bugia dichiarata al fisco: 43mila euro nel 2002 e 58mila nel 2003. Un vizio antico, già scoperto dalle Fiamme gialle. Nel 1999, reddito sempre di 43mila euro, Massimuccio si era fatto qualche regalino: una Ferrari Maranello poi rivenduta e cambiata con una Ferrari Scaglietta, un affaruccio da 223mila euro.

Bazzecole, per lui. Sì, perché secondo gli inquirenti i 60 milioni di euro che sono stati confiscati, più i 42mila dovuti al fisco non sono neanche tutto quello che don Vito gli ha lasciato, incaricandolo di proteggerlo dalle grinfie dello Stato. Inizialmente, quando i suoi guai giudiziari sono cominciati - nel 2005, con l’avvio dell’inchiesta per riciclaggio - Massimuccio ha provato a difendersi mentendo: «Non è giusto che io paghi solo per il cognome che porto», ripeteva anche dalla sua «cella» dorata, la casa salotto nel cuore di Palermo, due passi dal teatro Politeama. Altri tempi, rispetto ad oggi. Allora i giudici, altro che credergli, per lui reclamavano la galera: «Massimo Ciancimino – scriveva allora il Tribunale del Riesame di Palermo – ha dimostrato una pervicacia e un’intensità criminosa tale da rendere inidonea la misura degli arresti domiciliari. La frenesia di sottrarre ricchezze illecite ai riflettori della giustizia può essere neutralizzata soltanto con la misura estrema del carcere». E il carcere in effetti arriva, a dicembre di quell’anno. Ma, quello vero, dura appena cinque giorni. A Massimuccio, noblesse oblige, non si addice la cella. Altri giudici dicono che in fondo a casa non può far male, lo rispediscono ai domiciliari. E la reclusione dura solo qualche altro mese, visto che a marzo del 2007 - subito dopo la sentenza di primo grado che lo condanna a cinque anni e 8 mesi, mettendo però il lucchetto al patrimonio di papà individuato - Massimuccio torna a casa. È allora che capisce che, se vuole salvare il malloppo, deve muoversi. L’arma? Le chiacchiere, quelle in cui sempre è stato abilissimo. Massimuccio parla, rilascia interviste, dice e non dice, semina quesiti. I giudici cambiano idea. Lo vogliono, lo cercano, lo ascoltano. E non solo loro. Ormai è un opinionista. Santoro, ad Annozero, lo ospita ben due volte. Aule di giustizia e talk-show per Massimuccio pari sono. In fondo, la mondanità classica è superata. Il futuro, quello vero, è sotto i riflettori.