Massimo solo di nome

Non può fare il presidente del Consiglio. Non può fare il presidente della Camera. E adesso sappiamo che non può fare nemmeno il presidente della Repubblica. Povero D'Alema, che gli resta? La presidenza di un club scacchistico? L'associazione dell'origami? Il circolo del risotto? Nel centrosinistra tutti gli fanno i complimenti, dicono che è bravo, saggio, intelligente. Però intanto lo rimandano a casa senza dargli l'ambita poltroncina di prestigio. Massimo di nome, minimo di risultato: dove poggerà ora tutta la sua augusta intelligenza? Sulla seggiolina della Barbie?
Qui si scherza, ma il fatto è serio: stiamo parlando del presidente dei Ds, cioè il partito di maggioranza relativa della coalizione che andrà al governo. Ebbene: i suoi stessi alleati (si badi bene: i companeros, non quei brutti e cattivi dell'opposizione), gli fanno regolarmente lo sgambetto ogni volta che corre per qualcosa. Se fossimo in lui cominceremmo ad avere paura anche a fare footing al mattino: metti che ti spunti un Prodi o un Bertinotti dietro un cespuglio, oplà, D'Alema finirebbe all'aria anche nella corsa per i vialetti di villa Borghese.
Certo: come premio di consolazione adesso gli daranno gli Esteri. Che è un po' come se l'azionista di maggioranza di un'azienda fosse messo a capo del reparto spedizioni: incarico di fiducia, si capisce, ma intanto l'amministratore delegato lo fa qualcun altro, e il direttore generale pure. Chi vuol esser lieto sia, del doman non v'è certezza: ma dell'oggi, invece, sì. E l'oggi, per i Ds, è una solenne fregatura.
Diciamolo in modo chiaro: i diessini non hanno un loro uomo a Palazzo Chigi né a capo di Montecitorio, né a capo di Palazzo Madama. Ora riescono a far passare (se ci riescono) un presidente della Repubblica che ha militato nelle file del Pci da sempre, ma solo perché è una figura istituzionale, che in questo caso, con tutto il rispetto per Giorgio Napolitano e il suo doppiopetto, significa sfocata e forse anche un po' sbiadita. D'Alema il candidato forte, il presidente del partito, scende in campo e subito batte in ritirata. Un'altra volta. Ormai è un abbonato: se ci fosse il campionato di Caporetto, sarebbe il primo in classifica di sicuro.
Sia chiaro: può anche darsi che così tutte le caselle di Prodi vadano al posto giusto. Può darsi che, sfruttando la più alta carica dello Stato come se fosse una stanza di compensazione per tensioni interne, si riesca a trovare la quadra. Può darsi che Napolitano venga eletto come annunciato, che D'Alema accetti il giro di giostra agli Esteri, e si diverta un mondo a saltabeccare tra le feluche dando prove di saccenza sull'intero globo terracqueo. Può darsi che alla fine tutto torni e, se vogliamo l'iperbole dell'ottimismo al governo, può darsi perfino che Mastella non abbia più a recriminare nemmeno un sottosegretariato ai beni culturali.
Ebbene: anche se tutto ciò, per assurdo, dovesse accadere, comunque, all'origine, resterà un vulnus profondo, una ferita lacerante, una cicatrice che nessuna cipria fassiniana riuscirà a nascondere. Perché la verità è questa: i Ds, cioè il partito di maggioranza relativa dell'Unione, già uscito malconcio dalle urne, esce ancor più malconcio dalla distribuzione delle cariche. Non riesce a far passare i suoi uomini se non camuffandoli con abbondanti dosi di scolorina istituzionale. Cede politicamente e culturalmente. E incassa la ripetuta sconfitta di uno dei suoi leader più rappresentativi. Tutto ciò non potrà non avere conseguenze sulla coalizione: in effetti è come se in una squadra di calcio all'improvviso l'intero centrocampo cadesse sulle ginocchia. Magari il centravanti, al confronto, subito si sente più forte. Ma dopo un po' non gli arrivano più palloni. Chi sa di calcio conosce il finale: quelle partite, è sicuro, non si vincono nemmeno se arbitra Moggi.