Il Massimo Statista

Dicono che quest’estate D’Alema abbia avuto qualche disavventura con Ikarus: la sua Maserati dei mari è andata a sbattere e si è incagliata fra le altre barche in alcuni porti del Mediterraneo. Ora finalmente abbiamo capito perché: il vicepremier era troppo impegnato in amorevoli conversazioni al telefonino con Condoleezza Rice. L’hanno sentito i pescatori salutarla affettuosamente: «Bye bye Condi». Poi, appena messo giù con bye bye Condi, D’Alema ha dovuto rispondere alle domande dei medesimi pescatori che, tra un tonno e un’acciuga, chiedevano stupiti uno dopo l’altro: «Onorevole, stava davvero parlando con la Rice?».
Capite anche voi: uno che dice bye bye Condi e insieme conquista i pescatori di Marettimo, può forse preoccuparsi se la sua Ikarus va a sbattere contro un molo? Troppo impegnato a reggere il timone del mondo per occuparsi di quello della sua barca: è lo stesso D’Alema a svelare il retroscena marinaio delle confidenze telefoniche con la Rice in una lunga intervista pubblicata sul Corriere della Sera. Oddio, intervista è già una parola grossa, considerato il tenore delle domande. Tutte del tipo: «La forza di pace... rappresenta una svolta»; oppure: «Dicono che il suo rapporto con la Rice sia buono». Fino alla indimenticabile chiusa: «E ora ministro?». Roba da scuola di giornalismo. Manca solo il fatidico interrogativo: «Stamattina a colazione, onorevole, ha mangiato brioche o latte e cereali?», e il quadro delle domande ficcanti sarebbe completo.
Sulla passeggiata a Beirut con il leader Hezbollah, per esempio, le critiche ricevute dal ministro degli esteri vengono subito messe da parte per andare al punto della questione: «Quali sono i suoi ricordi personali?». Perdinci: D’Alema rischia di rimanere inchiodato di fronte a tanto incalzare, ma se la cava bene. L’unico momento in cui appare in difficoltà è quando l’intervistatore, Gianni Riotta, sfodera il colpo del ko: la vittoria dell’Inter sulla Roma in Supercoppa. E qui il D’Alema romanista resta davvero senza parole. L’onorevole D’Alema, invece, no.
L’onorevole D’Alema di parole ne ha tante. In mancanza di domande affonda con le risposte. Oddio, più che risposte in realtà sembrano proclami, teoremi, editti. In effetti la pagina 5 del Corriere di ieri non era un pezzo di quotidiano, nulla a che fare con le miserie del giornalismo e le consuete pratiche delle iene dattilografe: quello di ieri era un manifesto. Il manifesto del Massimo Statista. Roba che Cavour è un pescatore e Winston Churchill pure: in fondo loro mica gliel’hanno mai detto bye bye a Condi mentre veleggiavano verso Marettimo e, insieme, verso il nuovo assetto mondiale. Se poi foste interessati al contenuto del manifesto dalemiano, possiamo soddisfare la vostra curiosità in breve, risparmiandovi pure la lettura di diecimila battute grondanti zucchero e prosopopea.
In fondo la tesi del Massimo Statista è semplice: prima non c’era l’Onu, adesso c’è; prima non c’era l’Europa, adesso c’è; prima non c’era la politica, adesso c’è. S’intende che Onu, Europa e politica sono eufemismi con cui D’Alema, per pudore e modestia, sostituisce il suo medesimo cognome. Perché è palese ciò che intende dire: prima non potevano esserci Onu, Europa e soprattutto politica per il semplice fatto che non c’era lui. Chiaro, no?
Ci viene il sospetto che l’universo stesso abbia iniziato ad esistere solo dal momento in cui il vicepremier ha deciso di occuparsi di politica estera. È pacifico che una persona con un carico simile di responsabilità appaia «preoccupato». In effetti lo scrive anche il New York Times. Non che sia una definizione di quelle indimenticabili, eppure l’intervistatore lo ricorda ben tre volte nello stesso articolo (una evidentemente gli pareva poco). E pazienza se nella prima citazione il New York Times dice «preoccupato e compiaciuto» e poi nel corso dell’intervista diventa «preoccupato e orgoglioso» (anche compiaciuto sarà sembrato poco? Urge corso di formazione per traduttori politicamente corretti). Quello che conta è che il New York Times tratta D’Alema con la stessa confidenza della Rice. Chissà, magari la prossima volta, i pescatori di Marettimo sentiranno il vicepremier salutare al telefonino «bye bye New Yorky». La preoccupazione del Massimo Statista del resto non ha bisogno di citazioni internazionali né di parole: appare tutta lì, nella foto che correda la pagina. La mano che regge la testa pensierosa, le rughe sulla fronte e lo sguardo lanciato verso il futuro.
Futuro, certo: perché lui, lo dice a chiare lettere, del passato non vuole parlare. E non provate a tirare fuori la solita storia che nel passato di politica estera di D’Alema ci stanno l’Urss, Stalin, Breznev e Cernenko, perché sarebbe, come dice lui, «squallido cinismo». E poi non s’addice a un leader così, un leader che spiega «il filo della nuova politica estera», che discetta con giudizi tranchant su multilateralismo e fondamentalismo, che dà i voti ai protagonisti della politica e della cultura mondiale, che parla dell’Onu come se fosse il collegio elettorale di Gallipoli e che interrompe l’alto percorso dei suoi pensieri planetari solo per dire che vorrebbe scrivere «un libro sulla storia della mia generazione, sul bene e sul male che abbiamo attraversato». Uno così, uno che non ha dubbi, che separa a suo piacimento il bene e il male, uno «preoccupato e compiaciuto» (o orgoglioso?), uno con lo sguardo così intenso, uno che sta preparando il futuro dell’Occidente e ne parla con una sicurezza tale che a volte potrebbe perfino apparire arroganza, ebbene a uno così non si può mica ricordare quando al multilateralismo preferiva l’unilateralismo col Cremlino. No, non si fa. Lui si arrabbierebbe molto. E a ragione.
In fondo, qualche pescatore di Marettimo, fra tonno e acciughe, l’ha mai sentito dire al telefonino «bye bye Baffone»? E allora avanti, senza indugi, sulla rotta tracciata dal Massimo Statista, Sommo Pontefice del diritto internazionale, Gran Timoniere della politica estera. Fate solo attenzione perché mentre lui si pavoneggia con la Rice e si compiace con le interviste, la Ikarus rischia di andare di nuovo a sbattere contro qualche scoglio. E l’Italia, magari, pure.