Mastella difende la norma salva reati contabili

«Bisogna valutare il problema in maniera più serena di quanto non sia avvenuto fino ad ora»

da Roma

Tra Natale e Capodanno il governo ha abrogato la famosa norma sulla prescrizione delle responsabilità amministrative e ora il Parlamento deve convertire il decreto legge, entro i 60 giorni previsti. La maggioranza sembrava compatta nel voler correggere il clamoroso errore nel maxiemendamento della Finanziaria per evitare le gravi conseguenze denunciate dal procuratore generale della Corte dei Conti, Claudio De Rose.
Ma, a sorpresa, arriva una dichiarazione del ministro della Giustizia che definisce «ingiusto lo sproposito che si è immaginato per il comma Fuda». Clemente Mastella dice di non voler accettare «lo strano giustizialismo» emerso sulla vicenda e se finora non è «entrato nella polemica a piedi giunti», nel 2007 decide di lanciare un avvertimento: «Si tratta di valutare il problema in maniera più serena di quanto non sia avvenuto in questo periodo».
Il ministro sostiene che «si trattava di una prescrizione che anziché durare 20 anni, come capita per tanti amministratori, stabiliva un periodo contingentato nel tempo» e ricorda che nel 1996 le Camere «decisero che, al massimo, per i reati contabili si poteva arrivare ad una forma di prescrizione di 5 anni». Infatti, l’emendamento Fuda anticipava solo il momento dal quale scattavano questi 5 anni e per la Corte dei Conti questo avrebbe fatto sfumare una lunga serie di cause per risarcimento del danno all’erario. Ma il Guardasigilli sembra in sintonia con le spiegazioni tecniche date dal primo autore della proposta, Pietro Fuda del Pdm, il partito democratico meridionale del governatore calabrese Agazio Loiero. E infatti dice che nelle critiche «si è esagerato abbastanza». Chi ha esagerato, De Rose che ha messo in allarme tutto il Parlamento prima del varo della Finanziaria? «Giusto quello che dice il procuratore generale - spiega Mastella - per quanto riguarda recuperare le risorse finanziarie, però mi pare che rispetto a loro ci sia una prescrizione che non finisce mai. Ed è anche giusto tener conto che la politica, gli interessi della politica vanno rivendicati in ogni circostanza».
Ecco, forse in quest’ultima frase c’è il senso dell’esternazione mastelliana. Da sempre il Palazzo cerca di porre dei paletti a illeciti che riguardano i pubblici amministratori e che potrebbero paralizzarne l’azione, in attesa della fine di lunghi procedimenti giudiziari. Forse, poi, quando parla di «giustizialismo» Mastella pensa anche al suo grande antagonista nel governo, Antonio Di Pietro, che ha minacciato le dimissioni pretendendo la cancellazione dell’errore e l’individuazione del «mandante». Motivi tecnici e motivi politici si intersecano in questa vicenda che ha messo in grande imbarazzo l’esecutivo-Prodi.
Il Procuratore generale De Rose non intende replicare alla dichiarazione del Guardasigilli. Sta già pensando alla requisitoria che farà il primo febbraio, all’apertura dell’anno giudiziario della Corte dei Conti, e probabilmente sarà quella la sede giusta per mettere i puntini sulle «i».
Maurizio Gasparri di An fornisce, invece, senza esitazione la sua interpretazione politica: «La dichiarazione di Mastella conferma che c’è un partito dell’impunità che, dopo aver fatto l’indulto, vorrebbe archiviare anche una serie di reati amministrativi». L’esponente della Cdl ricorda l’esordio del Guardasigilli nel carcere di Regina Coeli, proprio per annunciare il provvedimento di clemenza e aggiunge: «Hanno mandato avanti Fuda, ma il centrosinistra ha preso quest’iniziativa per proteggere qualche amico, inserendo nella Finanziaria una norma ordinamentale che non ci poteva stare. Se volevano fare le cose alla luce del sole, per migliorare la legge, perché non hanno presentato una proposta in Parlamento e aperto la discussione, perché Mastella stesso non l’ha portata in Consiglio dei ministri, spiegando le sue ragioni?».
Un rigurgito di polemica che preoccupa Carlo Alberto Manfredi Selvaggi, presidente dell’Associazione dei magistrati della Corte dei Conti. «Finora - dice - tutti sono stati concordi che la norma andava cancellata e basta, da Prodi a Rutelli, da Di Pietro a Mastella. Ora attendiamo la conversione in legge: la facciano serenamente, come dice il ministro, ma certo nessuno ha esagerato sugli effetti che poteva avere questo colpo di spugna. Potevano essere gravissimi».