Mastella giura lealtà a Prodi: "Ma se salta ho mani libere"

Il Guardasigilli sollecita l’ennesima verifica in vista del varo della legge di bilancio. Il Professore convoca i suoi alleati per mercoledì e prepara un "trappolone" su lavoro e pensioni

da Roma

Alla fine, il fatidico vertice di maggioranza Romano Prodi lo ha convocato.
Si terrà mercoledì prossimo, a tarda sera, e il premier dovrà abbreviare il proprio viaggio negli Stati Uniti e rientrare a Roma prima del previsto.
Clemente Mastella, però, ha subito sollevato un problema: inutile riunire i segretari dei (già numerosissimi) partiti dell’Unione e chiarirsi con loro, perché la situazione ormai è cambiata. «Devi verificare le intenzioni di altri, non le nostre: Dini, Bordon, Manzione, tutti quei “microrganismi parlamentari” che si sono formati al Senato e che possono farti saltare», ha spiegato a Prodi. Il premier, dicono nell’Udeur, ha preso atto e assicurato: «Ci penso io». Ma il Guardasigilli ha confidato ai suoi che «non mi pareva proprio che avesse chiaro il problema». Davanti ai giornalisti, Mastella ha ribadito il concetto: «Non sono io che mi devo preoccupare. Serve una verifica della maggioranza e non tocca a me farla. Il problema nuovo è nato sul piano parlamentare, e tocca a Prodi affrontarlo». Quanto alle sue intenzioni e a quelle del suo partito, l’Udeur, è altrettanto chiaro: «Siamo leali con Prodi, con questo governo e questa maggioranza finché Prodi rimane in piedi. Se saltasse, e non salterebbe per le nostre mine, è evidente che per chi parla di “nuovo conio” noi saremmo preavvertiti e potremmo battere nuova moneta». Caduto Prodi, insomma, alleanze e collocazioni possono cambiare.
Il capogruppo dell’Udeur Mauro Fabris, non trasuda ottimismo in vista del vertice: «Certo, la crisi può non aprirsi formalmente in quella sede. Ma una cosa è certa: se Prodi non ci dà la garanzia che tutti, compresi i nuovi microgruppi del Senato, si impegnano a sostenere fino in fondo la Finanziaria così come la vara il governo, noi non abbiamo alcuna intenzione di andare al massacro in aula. Ci tiriamo fuori». Esattamente come hanno fatto giovedì al Senato, denunciando - come spiega Mastella - che «il re ormai è nudo», e che i movimenti al centro per destabilizzare il governo sono in pieno corso. E come è noto i tre voti Udeur in Senato sono indispensabili per reggere.
Nel governo, il ministro Chiti cerca di infondere coraggio: «La maggioranza dà un’idea sbagliata di sé ma alla Camera e al Senato i conti tornano e la coalizione rimane unita». Ma un altro ministro di peso, il ds Pierluigi Bersani, mostra scoramento: «Ieri al Senato c’è stata la cronaca di un’ordinaria follia. Se ci giochiamo il governo su un consigliere di amministrazione Rai tanto vale giocarcelo a tresette: faremmo una figura migliore».
Tutti sanno che la Finanziaria rischia di essere un campo di battaglia. L’ultima spiaggia di Prodi. La sinistra dell’Unione teme che i centristi si preparino ad alzare le barricate contro ogni modifica del ddl che conterrà il protocollo sul welfare. Il governo aveva mostrato disponibilità a cambiarlo, soprattutto sul punto dolente del reitero dei contratti a termine, ma dai diniani è arrivato un altolà: «La sinistra radicale è attesa a una sfida cruciale - spiega Natale D’Amico - deve riuscire a tenere ferma la mediazione sul welfare». Altrimenti? «Non si potrà più andare avanti».
Ma senza modifiche, spiegano dal Prc, «per noi votare quel testo diventerà quasi impossibile, e i centristi lo sanno bene: è lì che ci vogliono spingere. Prodi sperava di darci qualcosa sul welfare in cambio dell’intangibilità dell’accordo sulle pensioni, ma se i centristi alzano la voce e lui si spaventa non lo cambierà più». Palazzo Chigi, formalmente, si appresta a presentare una legge di bilancio leggera; destinata al Senato. Se verrà approvata e passerà alla Camera, troverà ad attenderla due ddl su welfare e pensioni, pronti ad essere inseriti come emendamenti alla manovra. E la legge di bilancio, che da leggera tornerebbe così quell’«omnibus» inviso al Quirinale, dovrebbe poi ripassare in terza lettura al Senato. Se non venisse approvata e si aprisse la crisi, la prima conseguenza sarebbe il ripristino dello scalone, perché dal 1° gennaio entrerebbe in vigore la legge Maroni. E Prodi è pronto a raccontare al popolo della sinistra che è colpa della maggioranza se resterà in vigore lo scalone previdenziale. Un’arma puntata, in via preventiva, contro l’ala sinistra.