Mastella, il Guardasigilli delle controriforme

Con la legge sull’indulto e le manovre per bloccare il nuovo ordinamento giudiziario, il ministro è riuscito nell’impresa di aggravare i mali della giustizia

Nessuno, francamente, si aspettava che Clemente Mastella, con l’aiuto del “giure ceppalonico” nel quale si scorgono ancora influenze della scuola avellinese-demitiana, potesse risolvere i problemi della giustizia italiana, ma i più speranzosi s’illudevano che non li avrebbe aggravati. E invece il nuovo Guardasigilli è riuscito a rendere più critica la situazione della grande malata, senza effetti speciali, ma con una girandola di interventi, polemiche, accordi trasversali e qualche gaffe. È stato lui a coagulare i consensi necessari per far passare l’indulto e i bene informati dicono che non arrossisce nemmeno quando, un giorno sì e l’altro pure, i quotidiani scodellano dati sugli effetti deleteri del provvedimento. Mastella non si pente, continua a dire di essere stato folgorato da Giovanni Paolo II, che al Parlamento sollecitò un atto di clemenza, e questa motivazione giustifica la sua pretesa di essere il centrista più attento al dialogo con le gerarchie vaticane. È stato sempre lui, padre-padrone dell’Udeur, a imboccare la strada della controriforma dell’ordinamento giudiziario, per non spiacere ai magistrati che nel Csm difendono una visione talebana della casta e della funzione giurisdizionale. Clemente Mastella promette il ritorno al passato, la convalida delle degenerazioni che la stagione di Tangentopoli ha provocato e illustrato. Si è impegnato a bloccare gli effetti della riforma del centrodestra diretta a eliminare la confusione delle carriere dei magistrati, il meccanismo perverso delle promozioni automatico, elementari principi di controllo sulla quantità e sulla qualità del lavoro delle toghe. Così, il Guardasigilli ha pagato un debito della sinistra giustizialista e giacobina, a spese degli italiani. Ma l’essersi piegato alla logica controriformista della coalizione costituisce una colpa grave. Da parlamentare di lungo corso – è stato eletto la prima volta nel 1976 - sa che gli italiani non hanno più fiducia nella magistratura come si presenta oggi e allora il Guardasigilli sguinzaglia ispettori ogni volta che dalle Procure si levano fumi sospetti di vanità e di errore. Ma che nessuno si allarmi: non succederà nulla di clamoroso, il ministro sa come correre per restare sempre fermo.
Infine, c’è il ddl per frenare la pubblicazione delle intercettazioni eseguite nel corso di indagini. Diciamolo, il disegno di legge non intende difendere i diritti e la privacy dei cittadini, di quegli incolpevoli che incappano nelle auscultazioni inquisitorie del Grande Fratello, vuole soprattutto imbavagliare la stampa, con un sistema di divieti e di sanzioni che equivalgono all’introduzione della censura. E dire che Mastella aveva cominciato come giornalista; la solidarietà corporativa, quella fra politici, s’intende, ha avuto il sopravvento sull’antica colleganza: ormai le notizie per il ministro della Giustizia sono soltanto fonti di possibili fastidi.
Sul piano tecnico, dunque, il ministro merita un’insufficienza netta, marcata. Eppure non si riesce a essere troppo severi con lui, perché ha scatti, impennate e protervie che ne fanno un elemento unico nel centrosinistra. La sua ritirata di fronte alla crisi della giustizia è in parte oscurata dalla sua grinta di politico. È uno dei pochissimi, nell’Unione, che non accetta i diktat della sinistra radicale e dal modo in cui difende le posizioni del centro induce qualcuno a ritenere che lui, Mastella, nel centro ci creda veramente. Altro che i riformisti riformati per carenza di coraggio. Ha pagato la cambiale dell’Unione nei confronti della casta dei magistrati, ma non è un giustizialista ossessionato dall’idea di abbattere il Cavaliere per via giudiziaria o legislativa. Ha avuto l’onestà di denunciare l’assurdità e la natura illiberale della legge sul conflitto d’interesse. Ha puntato i piedi sui Dico, facendo comprendere che l’ispirazione ai valori cattolici non può essere interpretata esclusivamente dai compromessi di Rosy Bindi. Clemente Mastella probabilmente impensierisce Romano Prodi più di Franco Giordano il Rifondatore e la sua poco ortodossa rotta politica costituisce un contributo, magari involontario, alla verità, quella sulla strutturale disunione dell’Unione. Difficile dire se Mastella si comporti in questa maniera per coerenza, per protagonismo o per inveterata democristianeria, per quella tendenza che era tipica dei biancofiore di tentare i giochi di sponda con gli avversari. Anche se si accettassero le interpretazioni più favorevoli al ministro sotto esame, non gli si potrebbe certo dare la sufficienza. Al massimo si può arrivare a un cinque, usando la scala che era propria della scuola italiana quando aveva qualche velleità selettiva. Il Guardasigilli dovrebbe riparare a settembre. Non è detto, però, che si presenti per la prova d’appello. Succede infatti che quelli che sognano il Grande Centro preferiscano fare i ripetenti. Ripetere, cioè, l’esperienza di ministro, anche se con maggioranze diverse. Non sono i cambi di maggioranza a impensierire il nostro. Un tempo s’usava così e Mastella viene da lontano.