Mastella incontra l’Udc: "Sostegno alla Gdf". Bertinotti: Prodi rischia

Cresce il malumore nell’Unione. Il leader dell’Udeur pranza con Casini e Cesa. Preoccupato il presidente della Camera

C’era un convitato di pietra alla riunione del Consiglio dei ministri che ha deciso il licenziamento in tronco del generale Speciale. E proprio la sua presenza spiega l’assenza di quelli che avevano preferito tenersi alla larga dall’incontro, chi a godersi le regate di Coppa America, chi a sbrigare affari personali in giro per l’Italia. Perché al governo non c’era chi non sapesse che quell’ospite invisibile non è uno che va per il sottile: quando viene tirato in ballo e si materializza intorno a un tavolo, cadono le teste. Era già successo, un anno fa, con il direttore dell’Ansa Pierluigi Magnaschi rimosso dal suo incarico per non avere censurato la notizia del tentativo del viceministro Visco di rimuovere alcuni ufficiali della Guardia di finanza che indagavano sul caso Unipol. Non poteva che fare la stessa fine il comandante della Guardia di finanza che a quel tentativo si era opposto e lo aveva persino reso pubblico.
Unipol è la parola chiave di questa vicenda. In quel capitolo oscuro della commistione di affari tra la sinistra post-comunista e il sistema bancario c’è la ragione di fondo di tutto quello a cui abbiamo assistito in questi giorni. Dallo stravolgimento senza precedenti del corretto equilibrio tra i poteri dello Stato al maledetto imbroglio di un generale allontanato su due piedi dal suo posto di comando come un cameriere disonesto, però con la promessa di una poltrona alla Corte dei conti nella speranza di tenergli chiusa la bocca. Ma senza che nemmeno gli sia stato concesso di congedarsi dignitosamente dai suoi uomini. E chi conosce i militari sa quanto questo sia un punto d’onore della divisa che indossano. Ora, la presunzione di poter esercitare un sistematico potere di controllo sui corpi dello Stato è parte della formazione culturale delle sinistre, una presunzione diventata quasi un riflesso automatico dopo tutto il cammino percorso a braccetto con alcune Procure della Repubblica, ma non c’era chi non avvertisse all’interno della maggioranza che questa volta il rischio era molto alto. Violare l’autonomia di un corpo di polizia tanto importante e delicato non è uno scherzo. Trasformarlo nei fatti in un organismo alle dirette dipendenze dell’esecutivo, lo è ancora meno. Facile prevedere che un’ondata di indignazione avrebbe attraversato il Paese e tuttavia a non far niente il rischio era certamente maggiore.
Il fantasma dell’Unipol s’ingigantisce e diventa un vero e proprio incubo per chi ha qualcosa da temere, se c’è una Guardia di finanza sottratta al comando della politica. Se poi il fantasma non viene esorcizzato per tempo è tutto il governo che rischia. E così anche i ministri che all’inizio di una vicenda tanto indecorosa qualche preoccupazione l’avevano fatta sentire, hanno preso atto del pericolo e scelto come estremo atto di coraggio solo il gesto di defilarsi al momento della decisione finale. Gli altri, quelli rimasti seduti intorno al tavolo, hanno sottoscritto il patto di sopravvivenza che gli veniva richiesto. E in molti lo hanno fatto volentieri. Un governo assediato dall’opinione pubblica e dai media è un’occasione troppo ghiotta per non cavalcarla con entusiasmo. Arriva al momento giusto per rilanciare il gioco delle pressioni e dei ricatti, soprattutto per chi, dopo l’ultima tornata elettorale, deve alzare il proprio livello di visibilità.
Le avvisaglie già ci sono: il presidente della Camera e leader di Rifondazione comunista si è esibito alla sfilata del 2 giugno con una spilla antimilitarista bene appuntata al bavero della giacca, a L’Aquila c’è stato chi ha sfilato inneggiando al delitto Biagi, il popolo della Tav e quello della protesta contro la base militare di Vicenza hanno già rialzato la testa. All’orizzonte incombono pensioni, tesoretti e la visita del presidente degli Stati Uniti: una vera manna. E siamo solo all’inizio.