Mastella jr: "Mai elemosinato un posto da papà"

Il figlio del leader dell’Udeur: "Sono orgoglioso di essere diverso da
Di Pietro Jr, ma dico che va salvato dal tritacarne mediatico". Italia dei valori: al confronto l'Udeur è un collegio di educande

Roma - "Mi creda, dovrebbe essere così: non i figli schiacciati dai padri, ma il contrario. Sarebbe più sano". Sorpresa: proprio lui, che finì sui giornali per la prima inchiesta mediatica della Terza Repubblica, assiste alle vicende del suo omologo - Di Pietro Jr. - "senza nessuna soddisfazione". Lui, che diventò per i giornali "Mastellino", dopo i clamorosi arresti ai domiciliari della madre, nell’inchiesta che riguardava la sua famiglia e suo padre, che finì a rullo su Sky per un duello con le Iene davanti alla villa di Ceppaloni, oggi riflette "con disincanto". Si può rimanere stupiti. Elio Mastella critica Di Pietro Jr. sul piano morale, ma subito aggiunge: «Va salvato dal tritacarne mediatico e giudiziario. E ricordato sempre che non ci sono rilievi penali contro di lui».

Non si fa che parlare di inchieste, di figli e di intercettazioni. Che ne pensa?
«È un segnale brutto, a ben vedere per tutta l’Italia. Questo dimostra che noi trentenni siamo una generazione debole. E che per questa debolezza i figli dei politici si portano appresso una maledizione, una sorta di ruolo sacrificale. La scelta impossibile tra essere dei raccomandati o delle nullità».

Verrebbe facile dire: Mastella Jr. contro Di Pietro Jr...
«Invece mi sottraggo alla faida. Non per buonismo, perché capisco bene cosa sta passando quel cristiano... di Cristiano».

Quindi lo difende?
«Dopo quello che ho passato penso di avere qualche esperienza. Io e mio fratello, la mia famiglia, persino la mia sorellina diventammo - mentre mia madre era agli arresti domiciliari - personaggi nella commedia mediatica. Una prova terribile».

Lei cosa fece?
«Avevo due scelte: scomparire o restare vicino a mio padre e mia madre. Ma questa seconda scelta mi ha portato sotto i riflettori, era inevitabile».

Vede differenze fra lei e gli altri «figli di»?
«Non faccio graduatorie, non mi interessa. Mi incuriosisce una cosa. La Repubblica oggi mi accomuna suggestivamente a Di Pietro e Bossi Jr. Capisco. Ma ci sono due grandi differenze tra noi».

Quali?
«La prima: io ho la mia vita e il mio lavoro. Non ho mai avuto raccomandazioni e ne sono orgoglioso. Non le ho mai chieste, ne sono ancora più contento. E - soprattutto - non ho mai pensato, né provato, a far carriera nel partito di mio padre».

Resiste alla tentazione?
«Mai avuta la tentazione! Se sei “il figlio di Mastella” nell’Udeur non sei più padrone della tua vita, e te la sei cercata».

La seconda differenza?
«È un merito di mio padre. Che ha una personalità geniale, debordante, entusiastica, umorale, protettiva... ma mai - dico mai! - ha chiesto a me e mio fratello di diventare suoi cloni politici».

Questo le cambia la vita?
«Mi ha reso libero di non diventare né delfino, né... trota, le pare poco? Hanno accusato papà di essere il simbolo di tutti i familismi italiani, alla fine è uno dei politici meno familisti!».

Che cosa non rifarebbe?
«Rifarei tutto. Anche perché, ripeto, il solo fatto di esserci mi ha gettato nel tritacarne».

I suoi le hanno comprato la casa di un ente, pentito?
«Questo non è un addebito politico o morale. È quello che tutti i genitori provano a fare in Italia! Sono fortunato: ma come molti altri che non sono figli di».

Le intercettazioni vanno vietate?
«Assolutamente no. Però non vuol dire che se non ci sono attinenze con l’inchiesta che le produce devi finire sui giornali».

Cosa la divide da Di Pietro Jr?
«Una visione della vita. Io non mi sarei mai fatto trasferire da Milano a Vasto, su segnalazione di mio padre. Vivo meglio così, col mio lavoro in Finmeccanica».

Mastella deve risorgere?
«Mi chiede un pronostico? Si vedrà. Ma se mi chiede un giudizio le dico: merita di vincere o morire in battaglia».

Ovvero?
«Se il suo tempo è finito deve deciderlo una trombatura elettorale. Non un tribunale di carta fatto dai titoli dei giornali».

Ma a lui farà piacere?

«Spero proprio di sì».

Lei non ha avuto accuse.
«Ci mancherebbe. Ma ho avuto una pena, e durissima. Fatti privati... sentimentali... la compravendita di una casa... diventano capi d’accusa contro di te».

Cosa ha provato?
«Dal punto di vista psicologico è stata durissima. Certe sere non dormivo per un sentimento di angoscia: cosa penserà l’opinione pubblica di noi? Di me? Cosa arriverà agli altri?».

E alla fine cosa è arrivato?
«Ho avuto la fortuna di un gruppo di amici che non mi ha mai abbandonato. Nicola, Leandro, Gianni Aggettino... Gli straordinari colleghi del lavoro... la mia ragazza, Roberta!».

Che è anche la leader dei giovani del Campanile.
«Non è stata certo una fortuna, per lei, si può dire. Ma sto parlando del piano affettivo: è stata al mio fianco e il suo sostegno non mi è mai mancato».

Come finisce l’inchiesta Udeur?

«Non lo so e non mi importa».

Addirittura?

«Per me è già una bolla di sapone. Al confronto di quel che leggo in questi giorni, l’Udeur sembra un collegio di educande».

Non esageri...
«Mio padre e mia madre sembravano dei criminali: ma quanti sanno che la metà dei capi di imputazione sono caduti?».

Sentenze mediatiche?
«Vivo ancora, a tratti, un’atmosfera da 1984. Se parlo al telefono di una qualsiasi cosa mi chiedo: cosa si capirebbe leggendo la sbobinatura?».

In Italia i padri schiacciano i figli, dice lei.

«All’estero non accade. Quando le cronache racconteranno storie di padri scalzati dai figli come altrove sarà un trionfo».