«Mastella presidente del Senato? Basta ricatti, è arrivato ultimo»

«L’Italia dei Valori non è più la Cenerentola dell’Unione»

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

In questi giorni Antonio Di Pietro sprizza gioia e schiuma rabbia. Gioia per il successo dell’Italia dei Valori alle elezioni politiche: è la quarta forza dell’Unione con il 2,9% al Senato e il 2,3% alla Camera, 20 deputati e 5 senatori portati a casa, tra cui Leoluca Orlando e Franca Rame. Rabbia perché gli alleati continuano a trattarlo con la puzza sotto il naso. Come l’ultimo arrivato, un’appendice da «zerovirgola» della coalizione. Invece ora la musica è cambiata: l’ex magistrato non ci sta più a fare il comprimario.
Allora, onorevole Di Pietro, le hanno fatto i complimenti per il successo elettorale?
«Macché. Ieri (mercoledì, ndr) ho partecipato a una riunione fiume dell’Unione ho avuto l’impressione che facessero finta di non vedermi».
In che senso hanno fatto finta di non vederla?
«A un certo punto qualcuno mi ha chiesto: ma quanti seggi hai preso, quattro o cinque? E io: veramente 25!».
Non sarà invidia?
«Ma quella era una battuta... però la verità è che non se l’aspettava nessuno che prendevo 25 parlamentari».
Gli alleati la sottovalutavano?
«Perché, voi giornalisti no? Se no, figurati se oggi mi telefonava Il Giornale. Ora ve ne siete accorti di me...».
Ammetterà che la sottovalutazione degli alleati è un po’ più grave.
«Diciamo che nei miei confronti finora c’è stata scarsa considerazione».
Al di là delle battute, com’è andato il primo vertice dell’Unione?
«Si è parlato del calendario istituzionale, per arrivare al più presto alla elezione del Quirinale, perché Ciampi aveva detto a Prodi che prima non gli darà l’incarico».
Non s’è parlato d’altro?
«Quello che parlava di più era Mastella che reclamava o la presidenza del Senato o un ministero».
Aspirazione legittima?
«Far fare il presidente del Senato a chi è arrivato per ultimo alle elezioni? Non credo che Ds e Margherita lo permetteranno».
E lei come la vede questa autocandidatura?
«Diciamo... quantomeno azzardata. E poi potrebbe apparire il frutto di un ricatto piuttosto che di una condivisione tra alleati».
Un ricatto? E perché?
«Perché Mastella al Senato può diventare decisivo per il governo».
Anche lei può diventarlo.
«La differenza è che io non ho chiesto nulla».
Nessuna autocandidatura?
«Assolutamente no. Se Prodi pensa che io possa essere in grado e capace di fare qualcosa di buono e utile alla coalizione, me lo chiederà».
Si sente in credito con la coalizione?
«Prendiamo le elezioni regionali dell’anno scorso. L’Italia dei Valori ha formato sedici gruppi consiliari e ci hanno dato solo un assessore. Qualcuno con undici gruppi ha avuto dodici assessori».
Di chi si tratta?
«Non mi faccia dire altro».
Comincia per «M»?
«Vedete voi».
E come se la spiega questa disparità?
«Dicevano che noi non eravamo in Parlamento. E quindi che eravamo una forza politica provvisoria e destinata a scomparire, mentre le altre erano storiche e blasonate. Capito? Bla-so-na-te!».
Ora siete arrivati in Parlamento. Siete blasonati.
«A ottobre sono sei anni che ho fondato l’Italia dei Valori. Ho lavorato sul territorio come una formichina e sono riuscito a creare una rete capillare che ci permette di essere in 16 consigli regionali, 72 consigli provinciali e centinaia di consigli comunali».
Adesso vi tratteranno come gli altri.
«Devono prenderne atto. Finora ci hanno trattati come Cenerentola. Ora basta».
Che vuol dire?
«Che dopo dieci anni anch’io ho imparato a fare politica. Ho capito le regole. E se ne accorgeranno di cosa saprà e vorrà fare l’Italia dei Valori».
Che fa, minaccia?
«Assolutamente no, però parlo chiaro. Noi siamo in Parlamento per combattere la battaglia della legalità. E legalità vuol dire anche contrastare chi, in nome di pretesi e magari sacrosanti diritti, pretende di poter sfasciare vetrine, danneggiare auto e aggredire persone inermi».
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it