Mastella: "Vi racconto io il mercato dei deputati"

L’ex ministro della Giustizia: &quot;Nella Prima Repubblica i peones si salvavano passando da corrente a corrente, oggi sono naufraghi che navigano da un polo all’altro. Per loro votare la fiducia è un’assicurazione: se il governo cade, addio a stipendio e pensione. E anche ai soldi per il mutuo&quot;<br />

Di calciomercato se ne in­tende: «Mi chiamavano il Moggi della sinistra». Cle­mente Mastella assiste allo shopping parlamentare dal­la sua casa di Ceppaloni. «Io faccio l’europarlamentare, eletto con il Pdl, al momento della conta sarò nell’atmosfe­ra rarefatta che si respira a Strasburgo, dunque non so­no esposto a tentazioni e nemmeno posso essere al centro di trattative. Certo che lo spettacolo è impressio­nante ».

Lei ha una discreta espe­rienza in materia.
«
Io mi prestavo ad opera­zioni politiche».

Il verbo prestarsi è un tan­tino
equivoco.
«Nessun equivoco».


E che cosa, allora?

«Nella Prima Repubblica il peone aveva una sua digni­tà ».

Oggi?

«Oggi il peone non c’èpiù».


E chi c’è al suo posto?

«C’è il clandestino o,se vuo­l­e usare un’immagine più po­etica,
il naufrago».

Scusi, Scilipoti e Razzi sa­rebbero clandestini?

«Certo. Saltano su una zat­tera, prendono il largo, vaga­no alla ricerca di un appro­do. Poveretti, li compatisco».

Veramente, a Razzi avreb­bero offerto il pagamento del mutuo in caso di cam­bio di casacca. E lei lo defi­nirebbe naufrago?
«Mah, io questa storia del mutuo me la spiego in un al­tro modo» .

Quale?

«Razzi passa con la maggio­ranza.
Giusto?».

Prosegua con la sua anali­si merceologica.

«In questo modo fa un favo­re a Berlusconi, ma fa anche un triplo favore a se stesso».

Addirittura?

«Se la maggioranza tiene e non si va al voto, Razzi pren­de i suoi quindicimila euro di stipendio per altri due anni e rotti. Provi a moltiplicare quindicimila per dodici; ot­tiene 180mila euro. Che di­ventano 360mila nell’arco di due anni. Circa 400mila eu­ro, euro più euro meno, per il resto della legislatura».

E così il mutuo è pagato.

«Ovvio. Se il governo cade, invece, addio stipendio».


E addio mutuo.

«Non solo. Razzi perdereb­be anche la pensione, che og­gi matura dopo cinque an­ni ».

Che cosa manca ancora al suo elenco?
«La rielezione. È chiaro che un parlamentare tratta il suo futuro, si garantisce la se­dia o comunque un posto buono nelle liste di domani».

Insomma, la fiducia vale oro?
«La fiducia, oggi come og­gi, è un’assicurazione sulla vi­ta. I partiti sono strutture pri­ve o quasi di democrazia e le correnti non esistono più. Dunque, chi è marginale, chi sta sul bordo- e molti dei par­lamentari coinvolti nel cal­ciomercato stanno sul bordo - ha una sola chance ».

La zattera?

«La zattera. Ma non s’illu­dano. Anche i barconi dei parlamentari, come quelli degli extracomunitari, sono destinati a capovolgersi nel
mare infestato dagli squali. Su dieci ne sbarca uno, due, se vogliamo essere ottimi­sti ».

Gli altri?

«Gli altri si devono rasse­gnare ad essere inghiottiti nell’anonimato da cui pro­vengono. E dovranno riparti­re senza stipendio e senza pensione».

Nella Prima Repubblica?

«Era diverso. Il peone face­va il peone per una vita, ma aveva una sua dignità. Aveva in mano un’arma formidabi­­le, la preferenza, e poteva pas­sare da una corrente all’al­tra ».

Ma sempre all’interno del­lo stesso partito?
«Certo, erano rari, rarissi­mi, i passaggi da un partito al­­l’altro. Oggi i parlamentari­naufraghi vanno da una riva all’altra: da sinistra a de­stra... ».

Ci mancherebbe, è la de­stra a Palazzo Chigi.
«Sì, ma la crisi è più ampia. Si va anche da destra a sini­stra. Da destra a sinistra e poi ancora a destra e poi non si sa più neanche dove, purché il piede tocchi terra. La crisi, la crisi del bipolarismo, è ge­nerale e non riguarda solo il centrosinistra alle prese con le defezioni alla vigilia della fiducia».

Lei «comprava» voti ai tempi gloriosi della Dc?
«Ma no, gliel’ho detto, al massimo c’era il pendolari­smo fra le correnti. E poi il ver­bo comprare a me non pia­ce ».

Ma se la paragonavano a Moggi?
«Quell’immagine è venuta dopo, nel ’98, quando sotto la regia di Cossiga, il nostro De Gaulle, abbiamo inventa­to l’Udr. Ce ne siamo andati dal Ccd. Poi, complice la divi­sione, da noi non prevista, fra Bertinotti e Cossutta, ab­biamo finito col sostenere il governo D’Alema dopo aver votato la sfiducia a Prodi».

Allora Prodi cadde per un voto.
Colpa della Pivetti. Che ri­mase a casa ad allattare il fi­glioletto ».

Poi la Pivetti passò con voi, al tempo dell’Udeur, con la
e fra la d e la r. Altra trattativa?
«Ma no, io non potevo offri­re nulla. O quasi».


Quasi?

«Le ho offerto la presiden­za del partito. Un miniparti­to, eravamo in pochi».

Eravate o era?

«Sì,lo so,c’è un uso incredi­bile del
pluralis maiestatis ».

Francesco Pionati del­l’Adc alla Camera parlava al plurale, ma era solo.
«Ognuno sventola il plura­lis come meglio gli pare. Noi dell’Udeur eravamo quattro o cinque. E io offrii alla Pivet­ti la presidenza e a Pisicchio, che si era confidato con me e mi aveva espresso il suo disa­gio di diniano inquieto, il po­sto di capogruppo. Questo potevo dare».

Alla luce del sole. In priva­to?
«
Non ho mai offerto nulla. Quando ho lasciato il Ccd ad­­dirittura ci ho rimesso».

Poveretto.

«Mi dimisi doverosamente da vicepresidente della Ca­mera e dovetti lasciare l’ap­partamento che mi spettava, un bonus extra, una segrete­ria con sei persone. Quella fu un’operazione politica».

Ieri la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta sulla compravendita.
«Io non ho mai assistito a violazioni del codice».

Chi vincerà: Berlusconi o Fini?
«Per me Berlusconi sul filo di lana. E, in questo caso, sa­rà interessante vedere come gestirà il successo».

E se dovesse spuntarla il leader di Fli, cosa accadrà al Cavaliere?
«Superman non può perde­re. Può solo morire».