Mastrogiacomo beffato a un passo dalla libertà

Ieri pomeriggio due detenuti dalle autorità afghane erano già stati
trasferiti all’ospedale di <em>Emergency</em> per lo scambio quando qualcosa è
andato storto. Il capo talebano Dadullah si irrigidisce: non avete
rispettato le
condizioni, manca il terzo prigioniero di cui abbiamo chiesto il
rilascio

Kabul - Daniele Mastrogiacomo e il suo interprete erano a un passo dalla libertà, ma qualcosa è andato storto e sono rimasti inghiottiti nella provincia di Helmand infestata dai talebani. I seguaci di mullah Omar pretendono il rilascio di almeno tre prigionieri talebani, ma per lo scambio erano pronti solo due, perché uno potrebbe essere in carcere in Pakistan. Ieri sera la Farnesina ha fatto sapere che «tutte le condizioni per il rilascio di Mastrogiacomo sono state realizzate», aprendo uno spiraglio di speranza per oggi, giornata in cui scade l’ultimatum imposto dai talebani per chiudere la partita.
Ieri mattina sembrava che tutto filasse per il verso giusto. Abdul Latif Hakimi, ex portavoce dei fondamentalisti, e Ustad Yasar, braccio destro del feroce comandante talebano Dadullah, erano appena stati trasferiti all’ospedale di Emergency di Lashkargah, per venire consegnati ai loro amici. I due stavano scontando le loro pene nel penitenziario di Pol i Charki, alla periferia di Kabul, quando i talebani ne hanno chiesto la liberazione in cambio dell’inviato di Repubblica. In contemporanea si muoveva anche Mastrogiacomo, con il suo interprete, trasferiti dai talebani verso nord, dal distretto di Deh Su, nel deserto del Regestan vicino al confine con il Pakistan, dove erano tenuti in ostaggio. L’italiano e l’afghano sono stati consegnati a dei capitribù locali, in attesa che dall’altra parte fossero soddisfatte le condizioni previste dal negoziato, ovvero il rilascio di almeno tre talebani prigionieri dei governativi.

Lo scambio definitivo e l’arrivo di Mastrogiacomo e dell’interprete a Lashkargah, dove li attendeva un aereo per portarli a Kabul, doveva avvenire fra le due e le tre del pomeriggio. A un certo punto i talebani si sono resi conto che il terzo prigioniero non c’era o non era stato ancora rilasciato e hanno cominciato a insospettirsi. La confusione è aumentata grazie agli annunci a ripetizione di televisioni ed agenzie di stampa, che davano per già avvenuta la liberazione dell’inviato della Repubblica. Solo l’ambasciata italiana a Kabul invitava alla cautela e smentiva qualsiasi liberazione. Alle 15 lo scambio di prigionieri si è interrotto e i talebani sono tornati a minacciare. «Il governo afghano non ha rispettato tutte le condizioni che avevamo concordato. Il giornalista italiano è con una terza parte neutrale, ma in una zona che controlliamo noi e quando vogliamo andiamo a riprendercelo», ha ribadito al Giornale, il comandante talebano Ibrahim Hanifi, che controlla gli ostaggi per conto di Dadullah. Non solo: Hanifi ha anche rialzato la posta sostenendo che «ora torneremo a chiedere il rilascio di tutti i 14 prigionieri che volevamo all’inizio».

L’avventato ottimismo della mattina è stato stroncato definitivamente dallo stesso Dadullah, che parlando con l’agenzia di stampa afghana Pajhwok, attraverso il suo portavoce, ha sottolineato che Mastrogiacomo è tutt’altro che libero. I due comandanti talebani rilasciati sarebbero ancora a Lashkargah, ma Dadullah vuole a tutti i costi il rilascio anche di un terzo prigioniero. Hanifi puntava alla liberazione di mullah Mujahed, uno dei comandanti più vicini a mullah Omar, ma le autorità afghane devono aver fatto muro. Poi i talebani hanno puntato su Mohammed Hanifi, l’ex portavoce catturato lo scorso anno, che ha rinnegato in Tv i fondamentalisti. Ma Kabul non poteva permettere certo di consegnare un «pentito» destinato a essere ucciso.
Secondo l’agenzia stampa Pajhwok, Dadullah vuole, in realtà, la liberazione di «Mansoor Ahmad, figlio di Shah Mohammad, residente in Pakistan nel distretto di Sawabi nella North west frontier province». Nessuno lo conosce e l’unica notizia che salta fuori riguarda un Mansoor Ahmad arrestato il 30 maggio 2005 nella provincia pachistana del Punjab, sospettato di aver partecipato all’attentato che ha fatto saltare in aria una moschea sciita uccidendo 25 persone e ferendone un centinaio. Mansoor e altri sospetti avrebbero fatto parte del gruppo terrorista pachistano Lashkar e Jhangvi, legato ad Al Qaida, i cui miliziani si erano addestrati in Afghanistan ai tempi dei talebani. Se fosse il Mansoor indicato da Dadullah potrebbe essere ancora in galera in Pakistan e quindi tirarlo fuori era probabilmente più lungo e difficile.
In serata, però, la Farnesina ha annunciato che tutte le condizioni, per liberare Mastrogiacomo, sono state soddisfatte. Per riportare a casa l’inviato di Repubblica se ne riparla oggi all’alba.