Materazzi: "Remato contro Mancini? Non avremmo vinto lo scudetto..."

Lo stopper azzurro conquistato da Mourinho: "Chiedete a Moratti i motivi del cambio". Ma pensa già ai francesi: "Domenech? E' intelligente, non persevera negli errori"

Baden - Cita, a sorpresa, JF Kennedy («perdona chi l’ha detto ma non dimenticare chi l’ha detto») e il giardiniere della sua casa di Perugia («dopo il rigore fallito mi tempestava di domande sulla potatura togliendomi il tempo di leggere le critiche sui giornali»). Un nuovo vezzo, secondo taluni, ma possiamo perdonarglielo. L’ultimo Marco Materazzi in circolazione dalle parti di Baden, bassa Austria, sembra un lontanissimo parente di quel ribaldo picchiatore dei primi tempi di Appiano o dell’amatissimo azzurro preso a testate da Zidane a Berlino.

Non ha vendette da consumare né conti da regolare quando si presenta per la prima volta al pubblico dopo settimane di malmostoso silenzio. Persino con Mancini, il tecnico dei due (già, questa è la sua contabilità, ndr) scudetti di fila vinti sul campo e delle frasi sgradevoli gridate col Siena, il contenzioso sembra chiuso. «Tutto chiarito», assicura. Dev’essere - anche qui, perché no? - merito di Mourinho e di quelle frasi spedite dalla presentazione ufficiale del portoghese. «Lavora con 20 persone, fa sentire tutti protagonisti, è questo il suo segreto, perciò mi affascina. Non lo nascondo: mi fa piacere aver sentito che mi aspetta in ritiro»: la rivincita di Materazzi è nei piani del profeta di Setubal, diversi, molto diversi da quelli dell’esaurito di Jesi. Nei confronti del quale non spende una sola parola di rimpianto. «Chiedete a Moratti i motivi dell’esonero: per me viene prima l’Inter, poi chi ne fa parte. C’erano voci sulla mia partenza, invece mi tengono, vuol dire che mi stimano» sottolinea prima di rispondere per le rime anche a chi s’informa sulla rivolta di Appiano contro l’allenatore. «Se avessimo remato contro, non avremmo vinto lo scudetto» fulmina. Come dire: abbiamo messo una pezza noi.

Tanto per cambiare lo aspettano al varco, i francesi naturalmente, oltre che i critici di casa nostra. «Ti stai allenando il petto?» gli chiedono maliziosi i primi in vista della sfida di Zurigo. E lui serafico: «Quello era e quello è rimasto». Tende una mano a Domenech, autore di un’intervista al miele per Le Monde: «Una persona intelligente non persevera negli errori e poi non posso parlar male di uno che mi ha considerato il migliore della finale». «Sei in ritardo di condizione, come ti senti?» gli chiedono i secondi. E lui dignitoso: «Se non stessi bene, non starei qui. Nelle ultime partite ho corso più di Suazo e Cruz. Non ero un fenomeno prima, non lo sono adesso. In carriera, ho meritato tutto quel che ho vinto».

Morale della favola: Materazzi si candida a giocare, «appena c’è l’occasione, altrimenti tiferò per i miei compagni ma rispetterò le scelte del ct», senza fare una tragedia in caso di esclusione, opzione più che possibile. «Mai ho avuto la certezza di giocare, mai l’ho pretesa» ricorda lui con un po’ di fierezza. Non lo spaventano i pregiudizi («nessuno potrà togliermi quel che ho vinto»), lo infastidiscono le false notizie («raccontano che io e De Rossi non ci rivolgiamo la parola: falso, Daniele è mio grande amico»), lo feriscono semmai la perdita secca di Cannavaro («è mio gemello, insieme ci siamo trovati benissimo all’Inter e in nazionale») e quei filmati che girano su internet che lo ritraggono protagonista di dieci falli assassini. «Non possono influenzare gli arbitri?» gli chiedono. Lui replica con garbo: «Sono vecchi di 10 anni, si sbaglia nella vita come nel calcio. Se qualche cretino lo mette su internet faccia pure, c’è posto per tutti» chiosa. E se gli rammentano di Van Nistelrooy se la cava con una battuta: «Mai avuto la sfortuna di affrontarlo prima».

L’ultimo Marco Materazzi sembra diventato quasi un filosofo non certo un malinconico esponente dell’Italia campione del mondo vicino al passo d’addio. «Sono uno che si mette in difesa per poi attaccare» conclude Matrix. Il guerriero è ancora tra di noi.