La «maternità» di Dio, antidoto alla crudeltà

Cade in questi giorni il trentennale della morte di Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani, che fu papa, come tutti sanno, per soli trentatre giorni. La sua scomparsa improvvisa costituisce uno dei grandi misteri di un’epoca fin troppo tragica e indecifrabile, fitta di trame che non risparmiarono neppure il Vaticano: tanto da far sembrare quantomeno strana l’ipotesi che il papa fosse, semplicemente, morto per un malore improvviso. E sì che di motivi per far schiantare il cuore di un papa ce n’erano.
Di Giovanni Paolo I ricordo con vivezza due affermazioni. La prima dice testualmente che «il vero dramma della chiesa che ama definirsi moderna (...) è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole». È ben difficile che qualcuno possa dire: no, questo giudizio non mi riguarda. Ed è bene non stare troppo a discutere su cosa sia «regola» e cosa no. Qui non si tratta di contrapporre modelli di comportamento. Il punto della questione che tutti, regolati o sregolati, cerchiamo sempre di evitare (sostituendolo con un qualunque modello di comportamento, anche cristiano), è «lo stupore dell’evento di Cristo» - ossia di qualcosa che accade nella realtà dei fatti e ci sfida, senza chiederci se siamo d’accordo o meno. O la fede è questo, o sarà inevitabilmente un sentimento, un’emozione, una proiezione: un personal Jesus, qualcosa che parte da noi e non dai fatti. E in questo caso i detrattori della fede, da Feuerbach a Marx a Nietzsche, hanno partita vinta. La posta in gioco è la felicità, ma noi vogliamo essere felici?
La seconda affermazione, celebre e molto discussa, è quella che riguarda la paternità di Dio: una paternità che, disse papa Luciani, è anche una maternità. Non voglio discutere della correttezza teologica o meno di queste parole, ma solo ricordare com’è difficile, nella comunicazione, oltrepassare l’immaginario degli uomini. Spesso la paternità di Dio è stata collegata all’esperienza della paternità che persone e popoli facevano, nel concreto quotidiano. E io credo che da questo immaginario ristretto derivi l’idea, cavalcata poi dai media e da intellettuali in malafede, di un Dio guerresco e vendicativo. Ma Antico e Nuovo testamento ci propongono un’altra immagine della paternità di Dio: da Dio che accudisce Israele come una mamma «che solleva il bimbo alla sua guancia» alla commovente icona del Figliol Prodigo e del commosso abbraccio del padre, che al figlio cattivo dona nuovamente tutto di sé.
Io credo che papa Luciani volesse soprattutto comunicare all’uomo del suo tempo - e oggi le sue parole valgono più di ieri - a quale incommensurabile forza e tenerezza e pazienza e misericordia faccia riferimento l’espressione «padre» - che del resto nella lingua originale suona più come «papà». E l’immagine della madre tocca forse corde che la crudeltà dei tempi ha lasciato (per ora) più intatte.