Matilda, assolta la mamma non ha ucciso lei la bimba

Si riapre il giallo sulla bimba di 22 mesi morta per un calcio nella schiena. Elena Romani ha trascorso 5 mesi in cella. Il suo compagno era già stato prosciolto. Il pianto della donna in aula: "Io sono innocente e oggi è stato dimostrato. Ma la mia bambina deve avere giustizia"

Milano - Non era difficile capire che non c’erano prove per accusare Elena Romani, bella e giovane ex assistente di volo, di avere assassinato sua figlia Matilda, uccisa da un violento colpo alla schiena il 2 luglio di due anni fa, in una villetta di Roasio, tra Vercelli e Biella. E infatti ieri sera la Corte d’assise di Novara ha assolto Elena con formula piena: non fu lei, dice la sentenza, a sferrare il colpo che provocò lesioni devastanti nel corpo minuto di Matilda, ventidue mesi appena compiuti, causandone la morte.

Alla Corte basta un pomeriggio di camera di consiglio per emettere la sentenza che proscioglie Elena Romani: «La mia bambina sa che io non le ho fatto niente», dice lei, tra le lacrime, dopo il verdetto. Ma per arrivare a vedere riconosciuta la sua innocenza alla donna è servito un lungo cammino: quattro mesi di carcere per omicidio volontario, il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale, poi un anno e mezzo di udienze in cui si è scavato impietosamente nelle ore convulse e terribili di quel pomeriggio di luglio. Fino alla requisitoria finale del pm: che aveva calato sulla madre di Matilda una richiesta di quindici anni di carcere accompagnata da una spiegazione raggelante del movente del delitto. Secondo l’accusa, Elena aveva colpito la propria bambina in un moto di stizza, irritata perché piangeva, vomitava, dava fastidio: e così facendo metteva a rischio la nuova love story di Elena con Antonio Cangialosi, il vigilantes con cui Elena era fidanzata da pochi mesi. E con cui sognava di rifarsi una vita.

«Non ho ucciso mia figlia», ha giurato a lungo e senza essere creduta Elena Romani. Ora la sentenza le dà ragione. E difficilmente poteva essere altrimenti, dopo che le prove contro di lei, quelle che avevano portato al suo arresto dieci giorni dopo la morte di Matilda, si erano dissolte strada facendo: la scarpa rosa che secondo l’accusa Elena calzava quando sferrò il calcio mortale, sparita dal processo dopo la nuova consulenza dei Ris; le intercettazioni in cui, secondo i pm, Elena parlando da sola confessava il delitto: e che invece, riascoltate dai nuovi periti, dicevano esattamente il contrario. Ma per la Procura non cambiava nulla. Nella casa del delitto, diceva il pm, con Matilda c’erano solo sua madre Elena e il suo compagno Antonio Cangialosi. E poiché Antonio non è stato, allora è stata Elena.

Ma perché Cangialosi non possa essere stato, da dove nasca la certezza che a perdere la testa per il pianto di Matilda non sia stato lui, che non sia stato l’uomo a sferrare quell’unico colpo mortale, l’accusa non lo ha mai spiegato. Altri magistrati, d’altronde, si erano convinti che il colpevole fosse proprio lui, il vigilantes: ma questo filone d’inchiesta si è arenato, in una girandola di sentenze contrastanti, mentre i due ex fidanzati si rilanciavano con asprezza sempre maggiore la responsabilità della morte della bambina. Antonio è uscito di scena, Elena è finita sotto processo. E ne è uscita solo ieri: «La mia bambina - dice Elena - deve avere giustizia. Io sono innocente, e oggi me lo hanno dimostrato».

Ma chi ha ucciso Matilda, allora? Altri sospettati non ce ne sono e non ce ne possono essere, la villa di Roasio era chiusa da sbarre, protetta da un mastino, nessun altro potè né entrare né uscire. È stata Elena, come dice Antonio? O è stato Antonio, come dice Elena? La Corte d’assise ieri dice che prove contro Elena non ce ne sono, altri giudici avevano detto che prove non ve ne sono nemmeno contro Antonio. Solo loro due, i due ex amanti, sanno la verità di quello che è accaduto nel pomeriggio assolato di mezza estate in cui morì Matilda. Per la giustizia non è detto l’ultimo capitolo, e contro entrambi gli indagati sono ancora possibili nuovi ricorsi e nuovi processi. Ma è possibile che alla fine ci si debba rassegnare alla realtà di un delitto destinato a restare impunito; di un delitto con un colpevole ma senza le prove per condannarlo.