Il matrimonio all’italiana non c’è più

I matrimoni sono in calo vertiginoso rispetto a una volta. Perché? In realtà perché non ce n’è più bisogno. Fino a una decina di anni fa, il matrimonio era funzionale a dare status sociale e sicurezza economica alla donna, che nelle nozze vedeva l’obiettivo fondamentale della sua vita. Chi non si sposava veniva considerata incapace e non desiderabile. Progressivamente e oggi sempre più, le donne hanno declassato il matrimonio rispetto ad altre priorità, quali la libertà, l’autonomia economica, la carriera e persino un figlio.
La zitella del passato è oggi una fiera e dinamica single. La ragazza madre, già vergogna sociale e familiare, di questi tempi esibisce con orgoglio il frutto della sua autarchia.
Gli uomini, da parte loro, non hanno più l’obbligo sociale o morale di sposare la «fidanzata» con la quale fanno sesso; per di più l’offerta di donne «emancipate» è altissima, tanto da non indurli facilmente alla scelta matrimoniale, carica di responsabilità e di restrizioni del panorama erotico.
Sul piano pratico, ci sono le case dei genitori sempre disponibili, una grande libertà di movimenti, nessun divieto di frequentare in coppia non coniugata luoghi e persone. C’è, obiettivamente, anche il problema della precarietà del lavoro, quando c’è, e, in questi ultimi due anni, il peso plumbeo della crisi economica mondiale.
Una motivazione non trascurabile della diminuzione dei matrimoni è anche l’immaturità delle nuove generazioni: non considerano certo un onore personale sottoporsi a fatiche e sacrifici. Anzi. Sono abituati, molti giovani d’oggi, ad avere tutto quello che desiderano e a invidiare chi ha di più. Non hanno voglia di darsi da fare più di tanto. Riescono tranquillamente a tenere il piede in più scarpe, sfruttando finché è possibile l’albergo domestico e le cure della mamma, ma, intanto, girando il mondo e sperimentando partner. A un certo punto, con entusiasmo o esitazione, decidono di convivere invece che di sposarsi, pensando per l’ennesima volta di aggirare così le specifiche responsabilità che il matrimonio comporta. Infatti, a fronte del calo dei matrimoni, c’è l’aumento significativo delle libere convivenze. Che anche la donna accetta ben volentieri, salvo pentirsene al momento della separazione, perché priva di garanzie economiche personali. E persino delle possibilità di dividere a metà i regali delle nozze mai celebrate. Molti convivono anziché sposarsi, perché suggestionati dal pericoloso equivoco che, così, «ci sono meno problemi e ci lasciamo quando vogliamo». Invece, anche dalle convivenze, nascono accese battaglie giudiziarie e creativi percorsi di vendette e rivendicazioni.
Alcune donne autonome, in carriera, sole, arrivano a rifiutare sia il matrimonio, sia la convivenza nel segno dell’indipendenza assoluta. Intrattengono relazioni sessuali multiple, finché individuano (sovente a insaputa di lui) un padre biologico con un reddito alto, dal quale trarre il vantaggio di un figlio che assicuri loro la vita affettiva e la rendita vitalizia, senza il fastidio del marito per casa.
Può darsi anche che molti decidano di non sposarsi per sperimentare ogni giorno tra loro la gioia di confermare la scelta; la capacità di modulare i progetti senza schemi preconcetti; il gusto della solidarietà non obbligata da norme di legge. Questo è, insomma, così articolato, il territorio di pensieri, esperienze, capacità o limiti personali, sul quale dovrebbero in teoria decidersi i matrimoni: obiettivamente ci si meraviglia che ancora ci sia chi voglia sposarsi, salvo che non sia cattolico praticante. Non c’è infatti più fiducia tra uomini e donne. Il tradimento è una regola. Condivisa. Basterebbe il conto quotidiano delle separazioni e dei divorzi, delle denunce di violenze domestiche, dei giornalieri omicidi in famiglia, per scoraggiare anche il più ottimista dei potenziali nubendi. A meno che tutto non si riduca all’organizzazione di una festa indimenticabile.
La verità è che il matrimonio, salvo quello di Will e Kate, non è più un sogno per ragazzine, da coltivare e programmare nel tempo, bensì un incubo per adulti incapaci di diventare grandi.
Morale della favola: Cenerentola non sogna più di sposare il principe azzurro, ma vuole diventare una Winx; Crudelia Demon si innamora di Peter Pan, ma il matrimonio è continuamente rinviato; la piccola fiammiferaia è impegnata con Aladino in una multinazionale produttrice di lampade; Cappuccetto rosso fa riconoscere un figlio naturale a Barbablu.
E nessuno visse mai più felice e contento.