«Con il matrimonio ho coronato una vita da amante»

Giorgio Albertazzi spiega perché a 84 anni ha deciso di sposare Pia Tolomei: «È il mio angelo laico»

Chiedergli ragguagli sul suo matrimonio equivale a dare la stura a un acquedotto della Roma dei Cesari perché Albertazzi, «l'uomo dalle sette vite» secondo un critico viennese, agisce la legittimazione del suo legame con Pia Tolomei alla stregua di quell'amore fanciullesco del gioco che resta sua indiscussa prerogativa. «Anche adesso - ripete - che vesto i panni non di un eroe romantico ma dell'astioso Capitano Achab perché solo quando la vita cessa di essere una tenzone col destino si ha il diritto di chiudere gli occhi».
Non è un proposito azzardato per un uomo che a ottantaquattro anni ha scoperto le gioie del matrimonio?
«Niente affatto», risponde pacato l'interessato. «Per me, che sono epicureo dalla nascita, il matrimonio costituisce il traguardo della mia lunga carriera di amante. Fin dagli esordi con Bianca Toccafondi, il primo amore».
Anche lei sperimentò la sua assoluta estraneità alle nozze?
«In quell'occasione fui aiutato da un precedente insperato perché Bianca era già sposata e, a quell'epoca, il divorzio era di là da venire. Con lei conobbi la bohème senza freni della giovinezza. Ma ci sono stati ben altri episodi nella mia vita di involontario rovina-famiglie».
Quali, per esempio?
«Mi viene in mente una bellissima donna, di professione giornalista, che venne a intervistarmi a Torino quando stavo registrando per la Tv Le avventure di Philo Vance, il detective raffinato e snob creato dal newyorchese Van Dine. La portai a cena e, tra una portata e l'altra, complici non le luci rosse ma quelle color di rosa delle lampade, mi raccontò di aver sognato che la sua vita sarebbe cambiata nel giro di ventiquattro ore».
E lei che le disse?
«Di non farsi illusioni. Ma lei non mi ascoltò e, pochi giorni dopo, mi telefonò dicendomi di aver lasciato il marito per venire a vivere con me».
Come andò a finire?
«Arrivò trafelata dicendomi che voleva fare una doccia. Io la scortai nella stanza da bagno e, quando riemerse, le consigliai di far ritorno a casa. “Sono un Casanova di marca fiorentina, più pericoloso del Metello di Pratolini”, le sussurrai per rimetterla sulla retta via».
Glissiamo. Ma... e le altre? Possibile che Anna Proclemer, Elisabetta Pozzi, Mariangela D'Abbraccio o la neodeputata Fiorella Ceccacci in arte Rubino non abbiano mai giocato con Albertazzi la carta del matrimonio?
«Le parrà strano, ma non ci hanno provato. Anna è una donna che disprezza le convenzioni. Per Elisabetta, invece, ero un papà numero due che affiancava idealmente al padre numero uno militare di carriera. Mentre sia Mariangela tenace e flessibile come un giunco e Fiorella, la più tenera e appassionata di tutte, adoravano le qualità che apprezzo di più in una donna: l'autonomia e l'indipendenza».
Come mai allora Pia, la bella contessa toscana, le ha fatto cambiare idea?
«Le confiderò una cosa: Pia è un angelo laico calato sulla terra in vesti femminili. È un'aristocratica che alle cene ufficiali preferisce le lunghe cavalcate in Maremma, alla Pescaia, dove sorge la sua tenuta».
Un personaggio dannunziano, allora?
«Assolutamente no. Lei è una country girl che pare uscita dalle pagine di Thomas Hardy. Un fiore cresciuto per caso in brughiera, una solitaria che ama la compagnia solo alle sue condizioni. Come dimostra ampiamente il modo in cui si è presentata davanti a Veltroni il giorno delle nozze».
Non mi tenga sulle spine: com'era vestita la signora Albertazzi?
«Da amazzone. Come tutte le spose è arrivata in ritardo, ma a cavallo del suo baio preferito. Col quale, caracollando, si è fermata a due passi dal luogo dove si è svolta la cerimonia. Un posto che poteva scegliere solo lei».
Ma non vi siete sposati in Comune?
«In una circoscrizione del Comune che era e rimane una chiesa sconsacrata inibita al culto ma non a un rito civile».
Una consorte degna di Albertazzi, sacerdote a teatro dell'equazione tra scherzo e follia... Ma mi resta un dubbio: nella perfezione di Pia non si è mai insinuata la gelosia?
«Un angelo è esente dalle debolezze dei comuni mortali. Solo una volta c'è stata un'eccezione».
Quando si è verificata?
«Quando interpretavo il ruolo di Federico nel castello di Barletta e, in prova, stavo declamando un'ode sui tetti di quello straordinario edificio. Mi sentivo in pace, lontano da tutti, quando all'improvviso una spericolata foto-reporter si fece strada tra le tegole».
E Pia come reagì?
«La scambiò per una pazza che voleva sedurmi e, seza tanti complimenti, la costrinse a scendere. Una reazione inattesa da parte sua che, nella mia vita, rappresenta l'aprile, il mese che annuncia la pienezza e il calore dell'estate».