Un matrimonio con poche idee e tante lacrime

Uno psicodramma: piangono tutti, leader e militanti, a Firenze i Ds, a Roma la Margherita. Piangono, celebrando la commedia degli addii, piangono quando vengono ricordati i grandi politici di un tempo che fu, piangono perché devono ammainare le bandiere, piangono perché devono cambiare rotta: ma ce la faremo, dice Fassino con il nodo in gola, pensando al dolore che dovrà patire perché forse non ce la farà.
A vedere tante lacrime veniva la tentazione di consolare gli avversari che non sono più nemici cattivi, e spiegare che nella vita c’è molto di peggio. Che questo sia un momentaccio, non sfugge a nessuno, e che la politica debba ridefinire le sue realtà organizzative e rappresentative, è nel cuore di tutti. Ma un po’ di entusiamo in questi due grandi partiti di sinistra, sarebbe un buon viatico per affrontare il futuro. E invece sembra proprio che il loro futuro faccia piangere. Si addolora Fassino rottamando il partito e pensando di dover andare con la Binetti (l’incontro di culture diverse è sempre commovente). Mussi ha il singhiozzo e gli occhi lucidi sapendo che dovrà vedersela con De Michelis e Bobo Craxi (la difesa del socialismo, da più di un secolo, è piena di crucci e afflizioni): discorso a braccio di grande respiro, così emozionante che perfino lo stesso Veltroni si lascia emozionare quando proclama l’inutilità storica del socialismo per affrontare i problemi sociali. Bisogna guardare altrove, lui dice, a Gandhi e a Martin Luther King, al poverello di Assisi e alle badanti romene che assistono le vecchie zie. Molti pianti anche in questo caso.
Il freddo e lucidissimo D’Alema, per un attimo, solo per un attimo, pare commosso e riesce a commuovere. È stato quando con poche, brevissime frasi, è riuscito ad azzoppare, nell’ordine, Fassino, Mussi, Veltroni e Angius: immaginando la loro sofferenza è vacillato.
A Roma, al congresso della Margherita, lo psicodramma ha raggiunto immediatamente il suo culmine. Prodi ha parlato per primo, annunciando che se ne andrà: applauso dei militanti lungo e scrosciante tra le lacrime. Per il dolore, naturalmente. Poi anche qui, come a Firenze, nessun entusiasmo, massima compostezza, tanti sospiri di dolore nell’elaborare il lutto per la morte del partito. Infatti, il passaggio più delicato e sofferto del discorso del presidente Rutelli, con cui ha analizzato la situazione politica del nuovo millennio e la scelta epocale che si trova a fare il suo partito, è stato quando ha annunciato l’abolizione dell’Ici sulla prima casa.
Il commento più perfido lo ha fatto però, senza piangere, un esterno: Gianfranco Fini. Ha detto che il discorso di Rutelli era «appassionato».
Sono contento, mi sono detto, non avevo capito niente: finalmente un po’ di passione e di entusiasmo. Se lo dice Fini: lui è uno che se ne intende, lui ha incominciato a fare politica quando il rosso, il bianco e il nero non si erano ancora sbiaditi nella lavanderia della storia, e ci si divideva appassionatamente tra Peppone, Don Camillo e il Federale. Solo che poi Fini ha aggiunto che tanta passione di Rutelli non è per un matrimonio d’amore per i Ds ma per celebrarne uno di puro e semplice interesse. Dati statistici alla mano saranno nozze con i fichi secchi: roba da piangere.
Insomma, anche i politici piangono, finalmente soffrono. Chi di questo veramente, sentitamente si rallegra è il giornalista dell’esercito della salvezza Marco Travaglio, quello che ci dà la linea per seguire una vita pia e devota alla magistratura. Lui tuona contro i politici che si divertono, che vanno in quel luogo di perdizione che è la televisione, con le ballerine e le show-girl, che come Bertinotti passano il tempo con i comici, che costringono i comici a fare i politici. E infatti Travaglio era in televisione (trasmissione Confronti) a parlare come i comici di politica, senza incertezze, tutto d’un pezzo. Ormai tutti sanno, l’unico dubbio che lo angoscia è il bipolarismo: quando scegliere il congiuntivo e quando il condizionale.
Stefano Zecchi