«Matrix» e la fissa dei delitti di Erba

E pensare che Matrix, all'inizio, venne presentato come un programma alternativo all'informazione corrente, tanto da prevedere una curiosa collaborazione tra Enrico Mentana, uno dei nostri giornalisti televisivi più brillanti, e Davide Parenti, uno degli autori di quel giornalismo corsaro che ha nelle Iene la sua rappresentazione più tangibile.  Di quegli esordi così promettenti, mese dopo mese, si è persa la traccia, l'impronta di Parenti è divenuta via via più flebile fino a scomparire e il ruolo di Mentana ha finito sempre più per avvicinarsi a quello di Vespa sino ad assomigliargli in troppe puntate e a fargli dichiarata concorrenza negli ascolti scendendo sullo stesso suo terreno preferito, fatto di attenzione morbosa per i grossi fatti di cronaca sanguinolenta.  Se il simbolo ossessivo delle passate stagioni di Porta a Porta era il famoso plastico della villetta di Cogne, quello dell'edizione attuale di Matrix pare voler diventare la riproposizione scritta e minuziosamente dettagliata degli interrogatori degli assassini di Erba, Olindo e Rosa Romano.  Lunedì sera la puntata è stata a lungo scandita dal racconto crudelmente circostanziato dell'efferato pluriomicidio, mandato in onda in forma integrale e senza farci mancare nulla sotto il profilo dell'orrore e del raccapriccio.  Serve davvero, tutto questo, all'informazione e all'approfondimento?  E per quanto tempo ancora andremo avanti ad abbeverarci al delitto di Erba?  Va dato atto a Mentana di aver invitato in studio lo scrittore Antonio Scurati che è stato molto critico su questo tipo di giornalismo, che a suo parere finisce non solo per alimentare la morbosità del pubblico ma per fargli dimenticare una autentica solidarietà nei confronti delle vittime: «Se ci immedesimassimo davvero nel dolore delle vittime volteremmo la testa di fronte a certe descrizioni, non vorremmo neanche sentirle». Sarebbe davvero costruttivo che si partisse da qui, da queste valutazioni critiche, per trasformare Matrix in quello che finora non è stato ancora capace di essere: una palestra di analisi in grado, all'occorrenza, di interrogarsi senza reticenze anche sul modo in cui i mass media filtrano e ripropongono la realtà.  Il materiale, anche volendo stare abbarbicati ai gravi fatti di sangue, non manca di certo: dai cronisti che a cadavere ancora caldo interrogano il parente della vittima chiedendogli: «Lei lo perdona, l'assassino?», sino all'ultimissimo fenomeno mediatico che ci consegnano le cronache di questi ultimi tempi: la sorprendente frequenza con cui i parenti delle vittime di casi atroci accettano di farsi intervistare e di elaborare il loro lutto davanti alle telecamere anziché nel silenzio. roberto_Levi@libero.it