Matt Dillon: "Non chiamatemi sex symbol. Faccio il giudice"

Il bello e maledetto di "Rusty il selvaggio" cerca sempre ruoli diversi. "Interpreto il magistrato che deve decidere la sorte di un agente della Cia corrotto"

Ischia - Sarà colpa del fuso orario. Ma il Matt Dillon che da due giorni è ospite dell’Ischia Global Fest, dove ha ritirato il «legend award», è quantomeno stranito. Si concede poco e malvolentieri, non sorride come fa di solito quando viene in Italia, un Paese che adora.

Vestito di nero dal momento dell’arrivo, accompagnato da Rebecca, la fidanzata finlandese, l'idolo delle teen ager anni ’70 diventate ora mamme, due sere fa ha rivisto volentieri Drugstore Cowboy, il film del ’79 diretto da Gus Van Sant e considerato in una virtuale classifica di Mgm Channel, di cui Matt è l'ideale testimonial qui a Ischia, uno dei più richiesti dal pubblico dei telecinefili di tutto il mondo: «Di quella pellicola - dice Dillon - ricordo in particolar modo i pantaloni verdi che Gus insisteva nel farmi indossare sul set. Non mi piacevano ma alla fine mi arresi. Oggi quel colore va molto di modo tra i giovani di tutto il mondo».

Dopo un periodo grigio, Matt è tornato ad essere uno degli attori più considerati a Hollywood. Di certo, uno dei più apprezzati dai registi ai quali lui si affida completamente. Registi che lo ammirano per le scelte artistiche coraggiose e controcorrente: «Finirei per annoiarmi a ripetere sempre gli stessi film e gli stessi ruoli solo per guadagnare di più o mantenere intatta la mia popolarità», ammette lui. In uscita ne ha uno, di film, diretto da Rod Lurie: Nothing But the Truth, la storia vera di un agente della Cia corrotto e smascherato da una giornalista americana, interpretata da Kate Beckinsale, già vista in The Aviator e in Underworld: «Io interpreto il giudice che deve decidere i destini dell’agente Cia».

Un giudice, dunque. Un personaggio distante dai clichè in cui Dillon era stato costretto finora: ribelli, teppisti, alcolizzati. Personaggi maledetti. A volte belli, a volte affascinanti. Di sicuro da sex symbol: «Io sex symbol? Non direi proprio», sorride Dillon, anche se non fa altro che lanciare sguardi accattivanti alle ragazze presenti al festival. «Non sono nemmeno una star, visto che mi considero semplicemente un onesto attore, che ama il proprio lavoro. Pensi che quando corro per Central Park, il polmone verde di New york, la gente nemmeno mi riconosce».

È li che Matthew Raymond Dillon, di New Rochelle, dove è nato 44 anni fa, è tornato ad abitare da tempo: «Los Angeles è la città ideale per lavorare, non per viverci. La gente l’incontri solo alle feste e passi il tuo tempo, la tua esistenza, in auto a percorrere le lunghe distanze che separano un quartiere dall’altro. Molto meglio New York, insomma».

Secondo di sei figli, Matt viene da una famiglia di artisti. Adora viaggiare, e quando può vola in Indocina. Ma non disdegna l’Italia, dove gli piacerebbe lavorare con il regista Pappi Corsicato «che conosco ed apprezzo moltissimo. Meglio ancora se il film potessi girarlo in Sicilia, una terra dalle magiche atmosfere». E quando gli domandi come viva la crisi economica mondiale, Dillon risponde serafico: «Non bene, ovvio. Però ogni volta che il mondo si trova in difficoltà il cinema rinasce. Alcuni dei più bei film della storia sono stati realizzati proprio in epoche di crisi. Penso alla seconda metà degli anni ’70, inizio anni ’80».

Quando il giovane Matt, sguardo da bello e maledetto, trovava la sua strada nella vita interpretando due dei film culto di quel periodo: Rusty il selvaggio e I Ragazzi della 56esima strada, entrambi diretti nell'83 da Francis ford Coppola: «Come sono cambiato da allora? Semplicemente prima fumavo tantissimo e andavo sul set dopo aver dormito magari solo una manciata di ore. Adesso invece cerco di avere cura di me stesso. Dormo molto, faccio sport, evito stravizi». In effetti, al di là di qualche inevitabile chiletto messo su in questi anni, Dillon è in gran forma. Ed è pronto per un nuovo film, Armored, diretto da Nimrod Antal ed interpretato tra gli altri da Jean Reno: «È la storia di una banda di criminali pronta ad assaltare un furgone blindato che trasporta dieci milioni di dollari». Rusty il selvaggio, venticinque anni dopo.