Mattei, De Mauro, Pasolini: un romanzone «dietrologico»

AK47. A di avtomat, cioè fucile automatico; K di Kalashnikov, il nome del sergente sovietico che lo progettò; 47 per l’anno di nascita, il 1947. Michael Hodges in Kalashnikov, il fucile del popolo (Tropea, pagg. 252, euro 16,90, trad. C. Liuzzi e P. Vallerga) racconta la trasfigurazione di un’arma in icona global. L’AK47 è stato un feticcio sia per gli «inventori» russi, sia per i mujaheddin che li snidarono dall’Afghanistan. Per le guerriglie antimperialiste e per Al Qaeda, come per i reaganiani devoti a Rambo. Nell’Africa zuppa di guerre e tra i gangsta di New Orleans. Decine di milioni di kalashnikov hanno fornito al mondo cataste di morti. Ma al suo inventore, sovieticamente, solo qualche medaglia, i gradi da generale e una pensione da 300 dollari al mese.