Matteo Ricci torna in Cina per un incontro di civiltà

nostro inviato a Pechino

Da un quarto di secolo la sua tomba è qui, nel piccolo cimitero portoghese ospitato all’interno della scuola internazionale da cui escono i funzionari statali, ovvero i quadri dell’amministrazione. Ai tempi di Mao, questo istituto era stato pensato come una sorta di college atto a formare i «duri e puri» che avrebbero servito il Paese mettendosi alla sua guida e ora l’ironia della storia si è divertita a ritagliarvi un posto d’onore per tutto ciò che il Grande Timoniere detestava: la religione, la chiesa, l’intreccio Oriente-Occidente.
Per certi versi è una sorta di eterno ritorno, perché quando Matteo Ricci - ovvero Lu Madou, questo il suo nome cinese, «l’europeo del passato più conosciuto in Cina», secondo l’Enciclopedia Britannica - morì, l’imperatore Won Li diede ordine di seppellirlo all’interno della Città proibita, privilegio fino ad allora mai accordato a uno straniero. Era il 1610 e ci volle la Rivolta dei Boxer del primo Novecento, e la fine dell’impero, perché qualcuno si arrischiasse a «sfrattarlo» da quello che era un luogo doppiamente sacro... Un secondo «sfratto» ci sarà una volta insediatosi Mao al potere, eppure con ostinazione, con convinzione, ciò che di Ricci restava ha continuato a sopravvivere e questa del cimitero portoghese è ormai la sua definitiva dimora.
Intorno alla sua stele funeraria ce ne sono altre 63 originali che raccontano l’evangelizzazione per mano dei Gesuiti meglio di un libro: ricordano 14 missionari portoghesi, 11 italiani, 9 francesi, 7 tedeschi, 3 cecoslovacchi, 2 belgi, uno svizzero, un austriaco, uno sloveno, 14 cinesi. C’è il tedesco Schnell von Bell che l’imperatore Shunzi nominò presidente del Distretto astronomico, il belga Verbiest che riformò il calendario cinese, l’italiano e milanese Giuseppe Castiglione, ovvero Gang Shining, celebre per la sua abilità di ritrattista, pittore capace di dar vita a un nuovo, armonioso stile in cui elementi e tecniche europee si fondevano con la tradizione e lo stile cinesi. Tutti insieme abbracciano un arco di tempo che dalla seconda metà del Cinquecento arriva alla prima del Seicento. Sarà grazie alle loro «lettere dalla Cina», veri e propri reportage, che l’Europa dei Lumi scoprirà un mondo bizzarro e portentoso. Sarà grazie al loro talento di matematici, pittori, meccanici, che mandarini e imperatori saranno invogliati a saperne di più su una cultura e un continente sconosciuti. Come scriverà lo Chateaubriand di Génie du Christianisme: «Il gesuita che partiva per la Cina si armava del telescopio e del compasso. Apparve alla corte di Pechino con la cortesia propria della corte di Luigi XIV, e circondato dal corteo delle scienze e delle arti».
Se vai alla chiesa cattolica di Xuanwumen, all’ingresso troverai la statua di Francesco Saverio, «l’apostolo delle Indie», l’evangelizzatore che sognava di battezzare la Cina e morì proprio davanti alle sue coste, sull’isolotto di Sancian. E sempre lì, nell’ingresso laterale che una rimessa di autobus un po’ nasconde e un po’ svilisce, c’è anche la statua di Padre Matteo Ricci.
Ci sono solitudini che fortificano se nel quarto centenario della morte questo gesuita sapiente e visionario è il protagonista incontrastato, al Capital Museum, della più grande mostra itinerante che Pechino ospita (Shanghai e Nanchino sono le altre due tappe, fino al 25 luglio): «Matteo Ricci. Incontro di civiltà nella Cina dei Ming». Curata da Filippo Mignini, promossa dalla regione Marche con il patrocinio del ministero dei Beni culturali, organizzata da Mondomostre, l’esposizione allinea più di duecento opere, provenienti dai maggiori musei italiani e cinesi, tra cui capolavori del Rinascimento (Raffaello, Tiziano, Lotto, Giulio Romano), esposti per la prima volta in Cina accanto a preziosi documenti dell’arte e della cultura dell’impero Ming. Fanno loro corona libri, manoscritti, strumenti scientifici e musicali, macchine leonardesche e dispositivi meccanici, congegni per la misura del tempo e dello spazio: si va dalla Biblia polyglotta di Anversa agli Atlas di Mercatore, dall’Astronomicum caesareum di Apianus al Theatrum orbis terrarum di Ortelio, dalla Sfera armillare tolemaica di Vopel all’orologio solare orizzontale di Habermel: il risultato è sbalorditivo e insieme inquietante, una specie di cantico della grandezza umana nel tempo in cui l’orbe terracqueo era ancora qualcosa da scoprire e definire. Pigmei, ci arrampichiamo sulle spalle di giganti per cercare di vedere e di capire cosa fosse allora il mondo e lo stare al mondo.
C’è un antico proverbio mongolo che recita: «A porte chiuse si è imperatore nel proprio regno». Ancora a metà del XX secolo, il carattere cinese con cui venivano indicati i «barbari», ovvero gli stranieri, era lo stesso con cui si designavano i cani... Impero di mezzo, autoreferenziale e autosufficiente, la Cina apparve da subito a Matteo Ricci un mondo chiuso per penetrare nel quale non c’era altra strada che «farsi in tutto Cina»: rinunciare ai segni esterni della propria identità di europeo (lingua, cibo, costumi, forme di relazione sociale), conquistare la fiducia, lavorare incessantemente per promuovere ciò che della propria cultura potesse migliorare una cultura autoctona raffinata eppure per molti versi paralizzata in un’estenuante conservazione-celebrazione-ritualizzazione del proprio passato. «Prudente come un serpente, candido come una colomba»: mai questo motto evangelico trovò la sua attuazione come nell’operato di Ricci.
Costruita attraverso una serie di percorsi di viaggio, la mostra ripercorre un itinerario geografico e spirituale. Le Marche della sua infanzia (era nato a Macerata nel 1552); la Roma della sua giovinezza, dei suoi studi, della sua fede religiosa; il viaggio che dall’Europa lo porterà a Goa e poi a Macao, a bordo di galeoni portoghesi; le cinque residenze all’interno della Cina, in una lenta marcia di avvicinamento che dal 1583 al 1601 lo farà arrivare al cuore dell’impero: Pechino. In questo arco di tempo c’è spazio per un’attività intellettuale intensissima, un apostolato tenace quanto cauto. «Rompere la terra», ossia arare il terreno, seminare, era il suo compito: ad altri sarebbe dovuto toccare il tempo e la gloria del raccolto. Si illudeva: lui in vita, i cattolici in Cina non saranno più di duemila; una volta scomparso, la sua strategia sarà lasciata cadere e nel giro di un secolo il cattolicesimo sarà rigettato come un corpo estraneo, complice anche l’intransigenza pontificia. Oggi a Pechino ci sono 100mila cattolici sparsi su venti parrocchie, 55 preti, un convento, 50 monache, un seminario e ventisei seminaristi, tre cliniche, una biblioteca e una scuola. In tutta la Cina, protestanti compresi, si è intorno ai venti milioni, c’è una chiesa «patriottica», con i vescovi di nomina governativa, e una «sotterranea», fedele a Roma e quindi fuorilegge...
Matematico, filosofo, musicista, linguista, teologo, Ricci fu un uomo del Rinascimento nel senso classico del termine. «Xitai», il maestro dell’Estremo Occidente, lo chiameranno i cinesi. Il suo ritorno nell’Estremo Oriente è un omaggio, un simbolo e forse qualcosa di più. Quello che noi definiamo futuro i cinesi lo chiamano nonchieg, il davanti-dietro, e se il tempo, per gli occidentali che ne sono ossessionati, significa una cosa ben precisa, per i cinesi ha connotazioni vaghe. Quando chiesero a Chou En Lai, nome mitico del maoismo che era stato educato in Francia, se ritenesse la Rivoluzione francese del 1789 riuscita o meno, la risposta fu che era ancora troppo presto per poter dare un giudizio...