Matteoli: "I porti turistici? Bloccati dall’ideologia"

Il <em>j’accuse</em> del ministro delle Infrastrutture e Trasporti: &quot;Alcune opere si sarebbero potute realizzare dieci, forse
addirittura vent’anni fa. Sarebbero bastati provvedimenti amministrativi, senza oneri per la mano pubblica&quot;<br />

«Per decenni non abbiamo capito, o voluto capire, che cosa rappresenti il mare per l’Italia. Troppi governi del passato, e troppi partiti che formavano quei governi, hanno sempre bloccato lo sviluppo delle infrastrutture portuali per convincimenti prettamente ideologi». Il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Altero Matteoli da Cecina, dove peraltro è in dirittura d’arrivo il nuovo porto turistico, non ha dubbi che le cose siano andate così. Difficile recuperare anni di colpevole inerzia, buttati via, favorendo solo lo sviluppo dei nostri diretti concorrenti: Francia e Spagna. Per anni Ucina-Confindustria Nautica, ha invocato interventi amministrativi che sbloccassero il dossier infrastrutture, ma invano.

Ministro Matteoli, la Nautica nazionale è in crisi non solo a causa della congiuntura, ma soprattutto perché da noi non esiste il diporto nei porti commerciali.
«È così. E aggiungo un dato che fa pensare che Ucina abbia ragione. Il numero di posti barca, rispetto ai nostri 8mila chilometri di costa, è irrisorio: appena 120mila. La Francia con meno coste, ne ha 250mila. Tutto questo è il frutto di certe scelte ideologiche che ne hanno bloccato la crescita».

Qualcosa si muove. A partire da Fiumicino.
«Devo dire che alcune opere si potevano già fare dieci anni fa. Ma tant’è. Nei giorni scorsi abbiamo inserito anche Gioia Tauro, Taranto e Cagliari nell’emendamento al decreto “milleproroghe”. Il governo presenterà presto una proposta di legge di riforma complessiva dell’ordinamento dei porti. Intanto è in dirittura d’arrivo il porto turistico di Cecina. Poi quello di Talamone, nel comune di Orbetello. E quello di Anzio per il quale si aspetta solo una firma della regione Lazio. Francamente non capisco perché questa firma non arrivi. Certo, qualcosa si muove, ma evidentemente non basta perché la crisi globale ha complicato le cose all’improvviso. Secondo recenti studi, un posto barca genera quattro posti di lavoro. Ovviamente dalla costruzione fino all’ormeggio. All’ultimo Salone di Genova dissi che abbiamo bisogno di realizzare almeno 100 porti turistici. Non era una boutade».

Come? E con quali risorse?
«Lei sa benissimo che snellire le procedure per i porti non costa nulla alla mano pubblica. Meno burocrazia, più interventi pubblico-privato, più project financing. Ovviamente tenendo conto dell’impatto ambientale. Questo Paese costruisce gli yacht più belli del mondo, ma poi non ha spazi per il loro ormeggio…».

In Costa azzurra…
«Ecco, appunto. Sarebbero necessari altri provvedimenti, ma c’è la congiuntura anche per i governi, non solo per le imprese. Il problema è reperire le risorse. Il governo sta valutando l’ipotesi incentivi, come è stato fatto a lungo per l’auto, anche per altri comparti. Bisogna capire che un Paese come il nostro, a grande vocazione turistica, prima o poi dovrà mettersi in moto, con l’apporto di tutti. Bisogna lavorare con tutti i ministeri che hanno competenza sulle coste. Abbiamo il mare. Abbiamo le città d’arte. Abbiamo tutto ciò che il mondo ci invidia e non siamo capaci di esprimere al massimo questa vocazione. Occorrono provvedimenti che esaltino questo patrimonio, senza deturpare le coste».

Questo il punto. Le strutture esistenti consentono l’ormeggio. Null’altro.
«Oggi si arriva e si attracca. E poi? Dobbiamo concepire i nuovi porti turistici come strutture piacevoli, dove ci siano un ristorante, dei negozi, delle attrazioni. In questo modo si svilupperebbe un indotto davvero consistente. Insisto: dobbiamo snellire le procedure burocratiche che non hanno più senso».

Intanto il settore è in crisi. Per la prima volta nella loro storia, le imprese sono state costrette a fare ricorso alla cassa integrazione.
«In questo comparto l’aspetto fiscale è importantissimo, determinante. Fino all’esplosione della crisi globale siamo stati molto competitivi. Ma senza una politica fiscale adeguata rischiamo di perdere la nostra competitività, sotto il profilo dei costi, e di conseguenza anche la nostra leadership mondiale. Il mio amico e collega Claudio Scajola sta portando avanti questo discorso, pur tra mille difficoltà».

C’è il problema Regioni...
«Questo ragionamento merita un capitolo a sé. Ci sono Regioni che hanno accelerato. Hanno capito che non esistono alternative. Altre, e sempre per quelle valutazioni ideologiche alle quali accennavo prima, sono fortemente in ritardo. Ora ci sono le elezioni. Mi auguro che le varie coalizioni inseriscano nei rispettivi programmi anche questo capitolo. Che è di vitale importanza».