Matteoli: siamo un partito vivo la fase plebiscitaria è finita

«Quando l’assemblea durava solo 2 ore, con grandi applausi, era sicuramente peggio»

Fabrizio de Feo

da Roma

Onorevole Matteoli, per due giorni l’assemblea nazionale si è trasformata in una sorta di sfogatoio, in un luogo di autoanalisi collettiva. L’immagine di An, a 11 mesi dal voto, si è indebolita?
«An ha dimostrato di essere un partito vivo. Faccio politica da tanti anni e so bene che quando i partiti discutono e arrivano a scontrarsi e a farsi male, allora vuol dire che il partito c’è e vuole raggiungere obiettivi importanti. Si è dibattuto con oltre 60 interventi. Alla fine solo 5 hanno votato contro».
Esiste il rischio di rimanere prigionieri della diffidenza reciproca?
«In qualcuno può darsi che ci sia. Ma non dimentichiamo che l’assemblea ha prodotto un’intesa sul percorso verso il partito unico, sulle priorità future, sulla legge sulla droga entro la legislatura. Insomma abbiamo discusso di cose serie».
La ferita aperta sui valori si è davvero rimarginata? Sul referendum Fini non ha concesso molto, anzi ha lasciato aperta la porta a eventuali modifiche della legge 40.
«Ma nell’ordine del giorno è scritta una cosa che è parte della legge stessa. In politica il compromesso è una costante».
L’era del consenso plebiscitario per Fini sembra essersi chiusa.
«Grazie a Dio. Quando convocavamo l’assemblea e durava due ore, con grandi applausi e gli iscritti a parlare che rinunciavano, andava sicuramente peggio. Io credo che Fini abbia dimostrato quanto vuole bene a questo partito e An abbia dimostrato quanto è legata a Fini. Voglio sottolineare che nessuno, neppure negli interventi più pesanti, gli ha chiesto di farsi da parte».
A lei spetta il ruolo di responsabile organizzazione. Si aspetta piena collaborazione dagli altri dirigenti?
«Devo dimostrare loro che io non vado lì in quanto capocorrente. Devo dimostrare loro questa imparzialità, il mio essere super partes. In questi anni ho fatto il ministro quindi ho bisogno di qualche giorno per verificare lo stato di salute del partito e i rapporti con gli alleati. Per questo al più presto inviterò a Roma i coordinatori regionali».
Può essere un rischio non avere una persona che si occupi a tempo pieno del partito?
«Chi sostiene l’incompatibilità ha tutte le ragioni del mondo. Il primo a sostenerlo sono io. Ma questo consente anche agli altri ministri di ottenere una deroga per rimettere in moto il partito. Sarei uno sciocco se pensassi di assolvere da solo a questo compito. Tutti dobbiamo remare nella stessa direzione. Oggi ho chiamato Alemanno - che dal palco ha denunciato deformazioni in periferia - per incontrarlo e capire in quali città accade questo».
Ci saranno altre variazioni nell’organigramma?
«Tutti coloro che sono nell’ufficio politico devono avere incarichi di responsabilità. Abbiamo il dovere di lavorare uniti per non far vincere il centrosinistra».
Fini ha fatto una scelta chiara a favore dell’identità di coalizione rispetto a quella di partito. Una scelta diversa rispetto a Lega e Udc. Sarà più difficile reggere alla prova del voto senza fare ricorso alle parole d’ordine?
«Se Fini avesse voluto l’unità di facciata avrebbe rivendicato l’orgoglio di partito. Invece ha dimostrato grande senso di responsabilità dicendo a chiare lettere che è meglio perdere un punto ma vincere come coalizione. Ha scelto di ragionare piuttosto che cercare la facile ricerca del consenso. E ha anche aperto al partito unico, invitando a capire se deve essere soltanto un’unione dei partiti attuali o un soggetto politico nuovo che si apre agli uomini di cultura, delle professioni, dell’università».
Ma ci credete davvero alla vittoria?
«Io sono un attento lettore dei dati elettorali. Li ho studiati e analizzati. Non dico che è scontata ma la vittoria è possibile».