Matteucci, liberale autentico perciò scomodo

Immune da qualsiasi dogmatismo, il filosofo bolognese ha sempre anteposto l'etica della libertà a ogni liberismo economico. Da oggi è in libreria "Il liberale scomodo" di Massimo Teodori. Un agile volumetto, di cui pubblichiamo l'introduzione, che ripercorre gli aspetti essenziali della vita e dell'opera del grande pensatore liberale

Dobbiamo molto a Nicola Matteucci, noi che siamo stati liberali giovani negli anni Cinquanta e dopo mezzo secolo siamo ancora liberali, anche se ben più vecchi. Per oltre mezzo secolo ha rappresentato un robusto riferimento per quanti si richiamavano al liberalismo al di là delle mode estemporanee e delle conversioni occasionali. Il filosofo bolognese, tra i rari intellettuali italiani di autentico respiro occidentale, è rimasto sempre estraneo a quella ambigua genericità che spesso nasconde l’opportunismo se non addirittura l’imbroglio intellettuale e politico.

Matteucci ha alimentato con passione la ricerca sul liberalismo senza mai ostentare la boria intellettuale di chi si sente depositario di qualche verità e ritiene di potere con il suo verbo salvare il mondo. Il liberalismo che ha ispirato le sue ricerche nella storia delle idee e nella filosofia politica è stato immune da qualsiasi dogmatismo e immobilismo: «Il liberalismo è, al contrario delle altre dottrine, tutte più o meno ideologiche, prima di tutto un metodo o, se si preferisce, una sensibilità: è proprio la metodologia atta a smascherare le pretese totalizzanti delle ideologie politiche che si presentano sul proscenio della storia».

Nel tempo che ci separa dal dopoguerra pochi sono stati i pensatori che hanno saputo tenere ferma la barra delle loro idee senza cavalcare i conformismi del momento pur essendo pronti a rimettere in discussione le interpretazioni dottrinali, più o meno ossificate. Non a caso la ricerca di Matteucci si è indirizzata dapprima verso i costituzionalisti liberali europei e americani Jacques Mallet-Du Pan, Charles Howard McIlwain e Alexis de Tocqueville che entrarono a far parte della sua biblioteca ideale dei classici accanto a Immanuel Kant, Wilhelm von Humboldt, Benjamin Constant, John Locke, Montesquieu, David Hume, James Madison, John Adams, e più tardi anche a Friedrich A. von Hayek e Hannah Arendt.

Dell’insegnamento di Benedetto Croce apprezzò in particolare il liberalismo fondato sulla concezione etica della libertà mentre si sentì distante dal liberismo economico in quanto «ogni provvedimento economico dovrebbe essere giudicato non in base alla sua produttività, ma in rapporto all’accrescimento delle libertà etico-politiche che ne derivano». Che si sentisse partecipe della dimensione etico-politica del liberalismo e molto meno della dottrina liberistica in economia, è confermato dalla vicinanza politica che ebbe con Ugo La Malfa, il genuino interprete del liberalismo empirico che tentava di introdurre in Italia le esperienze economico-sociali newdealistiche e beveridgiane.

Ho preferito ricordare Nicola Matteucci, sulla falsariga delle trasmissioni tenute a Radiotre Rai nel gennaio 2007, come intellettuale animato da passione civile che ha partecipato alla vita pubblica italiana senza rinchiudersi nei suoi studi a cui pure ha dato un rilevante contributo. Queste pagine, dunque, vorrebbero essere leggere (spero non superficiali), a-sistematiche (non omissive), e attente all’uomo al di là del profilo scientifico dello studioso.

Anche grazie alle brevi interviste di amici, allievi e opinionisti quali Edmondo Berselli, Tiziano Bonazzi, Luigi Compagna, Angelo Panebianco, Gianpaolo Pansa, Gianfranco Pasquino, Luigi Pedrazzi e Roberto Pertici, ho cercato di comporre le tessere di un affresco che rappresenta l’intellettuale pubblico per come è realmente vissuto nell’Italia che usciva dal fascismo e dalla guerra e si avviava alla rinascita materiale e spirituale fino a divenire una società democratica di massa.

Ho tentato di tratteggiare l’eccentricità di Matteucci rispetto alla più conformista intellighentzia italiana, oscillante tra la polarità illiberali - dal marxismo al cattolicesimo integralista fino al populismo - e la «correttezza politica» progressista. Non si può non notare che l’altro prestigioso filosofo politico italiano del dopoguerra, Norberto Bobbio, che ha edulcorato l’originario imprinting liberale con una tiepida disponibilità pratica verso la sinistra comunista, abbia avuto quella popolarità e quegli onori, tra cui il laticlavio senatoriale, che non sono stati riservati a Nicola Matteucci.

Non c’è stato momento della vita pratica e dell’attività intellettuale di Matteucci che non sia stato in qualche misura controcorrente, pur nel quadro della buona compostezza borghese che ha ispirato la sua esistenza. Nella rossa Bologna non nascose mai il suo anticomunismo che non gli impedì di intrattenere rapporti di stima con i più aperti intellettuali di sinistra. Nello stesso ambiente del Mulino, che pure è stato per tanto tempo la sua casa, criticò la svolta «democratico-progressista» dell’associazione che metteva in sordina l’originaria ispirazione democratico-liberale. E quando alla facoltà di Scienze politiche che aveva contribuito a formare, le cose non andarono come desiderava, preferì trasferirsi ad altra facoltà e ad altro insegnamento piuttosto che alimentare una conflittualità che non gli apparteneva.

Questo il suo carattere, ostico per qualcuno, in realtà semplice e austero fino ad autolimitazioni forse non necessarie. Ne fa fede un caso che mi era rimasto sconosciuto. Mi sono stupito di non avere trovato nell’intera collezione del Mondo di Mario Pannunzio (altro precoce e solitario cultore di Alexis de Tocqueville) un solo articolo a firma Matteucci: perché mai il prestigioso settimanale, espressione autentica del liberalismo moderno, che annoverò tra i collaboratori diversi amici di Matteucci - Vittorio De Caprariis, Rosario Romeo, Francesco Compagna per non parlare di Ugo La Malfa - non ospitò mai gli scritti del filosofo bolognese? Non certo per estraneità culturale o per dissapori politici, dato che il terzaforzismo liberale estraneo al Pci e alla Dc è sempre stato l’autentica cifra politico-culturale di Matteucci sia negli anni del centrismo che in quelli del centrosinistra e del compromesso storico. La risposta che mi sono dato - e mi dispiace di non avere potuto parlare con il diretto interessato - è che Matteucci riteneva il settimanale liberale (1949-1966) influenzato da personalità che guardavano all’antifascismo in maniera troppo mitica. Infatti dagli anni Cinquanta Matteucci polemizzò con gli ambienti azionisti sostenendo che alla categoria dell’«antifascismo» occorreva sostituire quella del «post fascismo». Ed aveva ragione.

Oltre che al maestro di liberalismo sono stato legato a Matteucci anche da rapporti personali. Non l’ho frequentato solo in numerosi convegni dell’ambiente liberale-laico-radicale in cui sono vissuto, ma ho avuto la fortuna anche di intrattenere incontri ravvicinati. Quando all’inizio degli anni Settanta, dopo il libro su La nuova sinistra americana (1969) che suscitò interesse per la sottolineatura della tradizione libertaria americana, preparai una Storia delle nuove sinistre in Europa, fu proprio Nicola a consigliarne la pubblicazione al Mulino che lo editò nel 1976, nonostante l’eccentricità del tema rispetto alla linea editoriale. Più tardi, nel 1992, al tramonto della prima Repubblica, Nicola accettò con giovanile entusiasmo di essere tra gli esponenti nazionali della lista Referendum guidata da Massimo Severo Giannini e realizzata da un gruppo di radicali di cui ero parte. Più di recente Nicola mi chiamò al suo fianco nella Società libera, una piccola associazione che avrebbe dovuto promuovere azioni politico-culturali ispirate al liberalismo. Infine mi piace ricordare le fervide conversazioni che abbiamo intrattenuto a Cortina durante gli incontri culturali agostani degli ultimi anni.

Per il titolo del profilo ho pensato che fosse opportuno qualificare Nicola Matteucci non solo con l’ovvio termine «liberale» ma anche con l’aggettivo «scomodo». Il lettore giudicherà se sono riuscito a rendere l’idea di una personalità che lascerà un segno nel futuro, forse più di quanto sia riuscito a incidere nell’opinione pubblica in vita.