Matteucci, il maestro di una cultura liberale che l’Italia non capì

Nicola Matteucci, scomparso lunedì scorso, ha rappresentato nel mondo intellettuale italiano dell'ultimo mezzo secolo una figura rara e preziosa. Con pochissimi altri, è stato maestro a tutti quanti hanno da un lato rifiutato di rassegnarsi all’«anormalità» dell’Italia - al suo carattere premoderno, mediterraneo, levantino -, e hanno invece preteso che la Penisola s'ispirasse all'esempio delle grandi democrazie occidentali. E dall'altro hanno tuttavia cercato di evitare che quell’esempio, e gli intellettuali suoi avvocati, si trasformassero in arcigni, astratti e moralistici inquisitori dell’«Italia reale»: capaci sempre di giudicarla e immancabilmente di trovarla disgustosa, vergognosa, indecente; ma inetti a comprenderla in profondità e a farsene umilmente carico. È stato maestro, insomma, ai pochi liberali moderati italiani: liberali perché aspirano all'Occidente; moderati perché l'Occidente vogliono commisurarlo alla Penisola com'essa è, e non ambiscono a farne un randello col quale batterla senza pietà.
Che Nicola Matteucci sia stato un «occidentalista», lo attesta tutta la sua straordinaria biografia di studioso, dedicata in larga misura alla riflessione sui processi atlantici di modernizzazione istituzionale dei secoli diciassettesimo e diciottesimo. Quella modernizzazione per Matteucci aveva un significato positivo indiscutibile, ed era parimenti fuori discussione che il nostro paese dovesse muoversi su quei sentieri, e non su altri. Tuttavia, il confronto fra i processi rivoluzionari anglo-americani da un lato, e quelli francesi dall'altro, lo rendevano pure avvertito di come l'eccesso di modernità rappresentasse un pericolo mortale. Perché correva il rischio concreto di trasformarsi in utopismo giacobino: un modello politico antistorico, antiliberale, in definitiva antiumano. Matteucci sapeva, e mai ha dimenticato, che i nemici a sinistra esistono eccome, che la ragione illuministica può trasformarsi in intolleranza razionalistica, che il desiderio sregolato di liberare l'uomo dalle sue catene è incunabolo di totalitarismo.
Un passaggio della sua biografia mi pare da questo punto di vista particolarmente significativo. Siamo nel 1957: Matteucci ha una trentina d'anni; il comunismo ha appena superato a fatica il trauma ungherese; la politica e la cultura italiane s'interrogano sulla crisi del centrismo e sull'apertura a sinistra. Al terzo congresso degli amici de il Mulino, Matteucci dichiara con forza che la rivista bolognese ha fino ad allora confidato troppo nelle scienze sociali, e che deve dedicarsi di più alla storia. Sembrerebbe una mera questione accademica, e non lo è. Perché per il Mulino le scienze sociali avevano fino ad allora rappresentato proprio l'ancoraggio alla modernità occidentale, e chiedere che si tornasse alla storia significava esattamente pretendere che quella modernità fosse commisurata alla tradizione italiana.
Non per caso, in quello stesso 1957 la rivista sollevò un vespaio con un suo editoriale - con ogni probabilità scritto da Matteucci, o comunque da lui largamente ispirato -, che rigettava di netto l'antifascismo. L'idea di fondo era la medesima: chi intendesse modernizzare l'Italia non poteva continuarla a guardare in cagnesco, e tenere artificialmente in vita un nemico ormai del tutto sconfitto - il fascismo, appunto - così da poterla schifare ancor di più. Al contrario, doveva piantarla di maramaldeggiare, e pensare a migliorare nel concreto una democrazia ormai esistente, e nemmeno troppo gracile. «La cultura liberale - affermava chiaramente l'editoriale - questo antico patrimonio di pochi, non deve sentire il compiacimento, ma piuttosto la sofferenza del proprio privilegio; deve accettare per sé la funzione di intendere non già se stessa - come paiono credere taluni suoi cultori -, ma tutta la storia, tutte le esperienze, tutte le forze del Paese».
Se questa linea politica e culturale fosse riuscita a prevalere, io non ho dubbi che oggi vivremmo in un Paese migliore. Ma non ha prevalso. Proprio a partire dalla fine degli anni Cinquanta, al contrario, l'antifascismo si è consolidato nella sua forma più deteriore; e il neopositivismo, non lo storicismo, soprattutto grazie all'opera intellettuale di Norberto Bobbio, è diventato l'asse culturale portante della politica italiana. Proprio così: a partire dagli anni Sessanta, la Repubblica italiana è stata la repubblica di Bobbio, non di Matteucci. Per lunghi anni, Matteucci è stato uno sconfitto. Un intellettuale raro. E prezioso.
giovanni.orsina@libero.it