Matthews, distillato di puro rock

Era il 5 luglio 2009, poco meno di sette mesi fa. Al «Lucca Summer Festival» (un classico dei festival rock estivi) il pubblico in delirio ha accompagnato le instancabili cavalcate della Dave Matthews Band che ci ha dato dentro per tre ore e mezzo circa. Un gruppo di fondisti, o meglio la jam band per antonomasia, che spopola in Usa e ora (dal vivo) ha conquistato pure l’Europa. Il megasuccesso di luglio si era chiuso con l’appuntamento per il tour invernale e la Dave Matthews non tira bidoni; quindi stasera arriva al Palasharp (ore 21) per aprire il nuovo giro di concerti. La band ha un rapporto strettissimo con i fan (la sua strepitosa popolarità è legata anche al passaparola) e quelli italiani, organizzati nella community «Con-Fusion», hanno addirittura inviato una petizione al management del gruppo per averli in Italia.
Popolari, popolarissimi ovunque, la Dave Matthews Band è partita nel 1991, in continuo crescendo di fantasia, creatività e qualità. Viene dalla Virginia (Charlottesville), terra del glorioso rock sudista che univa le polveri del boogie, del blues e del country alla poderosa miccia del rock. Dalla Virginia veniva la Marshall Tucker Band; dalla Florida i corrosivi Lynyrd Skynyrd; dalla Georgia l’eclettica Allman Brothers Band i cui epici brani che spesso duravano mezz’ora sono anche un marchio di fabbrica della Dave Matthews. Le band citate, nate negli anni Settanta, son più vicine al rock ruspante (anche se gli Allman hanno dato saggi di improvvisazione jazz e blues di grande raffinatezza); la Dave Matthews invece è legata solo marginalmente al fenomeno del rock sudista ma ne mantiene le coordinate generali: ovvero spettacolari improvvisazioni, brani lunghissimi, un cocktail di tanti stili nella pura tradizione delle «jam band». Una volta si diceva che il rock sudista fosse meno commerciale dell’heavy metal e meno romantico del country rock. Oggi Dave Matthews rivitalizza la formula con ampie spruzzate di rhythm and blues, soul, jazz e con percorsi sonori dai mille colori e dal ritmo serratissimo, senza dimenticare ballate lente da brivido. Insomma, la DMB (acronimo con cui il gruppo si identifica per brevità), fatta da antistar, propone un cocktail sonoro ricco e personale che ha conquistato mezzo mondo. Sarà che sia Matthew sia il tastierista Peter Griesar lavoravano come baristi al Miller’s di Charlottesville; sarà la loro fertilità creativa, legata sì alla loro terra ma sganciata da schemi precostituiti, come dimostra il loro recente album, fresco, intrigante e pieno di felici intuizioni dopo tanto tempo insieme, intitolato Big Whiskey & the Groo Grux King. La voce e la chitarra di Matthews, mescolate al sax, alla tromba, al violino elettrico di Boyd Tinsley, a una potente ma elegante sezione ritmica, non finiscono mai di stupire. Lo testimoniano lavori come Crash, Everyday, Busted Stuff, Stand Up ma soprattutto le decine di registrazioni di concerti che, sotto il nome «Live Trax», la band mette a disposizione in download sul proprio sito, oppure la serie «DMB Live», con concerti memorabili (tra cui registrazioni in duo con Tim Reynolds,) scaricabili in digitale sempre dal sito. La band dal vivo per eccellenza (perché su disco imbrigliata da produttori dal nome altisonante come Steve Lillywhite), come non se ne ascoltano più con tutte le diavolerie elettroniche che si usano adesso. Un motivo in più per vivere il loro concerto oltreché - per i fan duri e puri - per ricordare il sassofonista LeRoi Moore (manca il suo brillante tocco jazz funk), non a caso soprannominato Groo Grux King come il titolo del cd.