Da Matthews a Ronaldinho il pallone è un lungo dribbling

L’arte di «scartare» è il sale del calcio: finte, tunnel, pallonetti e fantasia contro l’ossessione dei tatticismi. E il futuro è Messi

Tony Damascelli

Ne hanno parlato a Coverciano, ieri, vecchie glorie (Antognoni, Bruno Conti, Zola) e sacerdoti del pallone. C’era una volta un verbo: «scartare». Poteva riguardare chi veniva bocciato, alla visita di leva o in qualche concorso, l’uso comune riguardava spesso le caramelle o le uova di Pasqua, una volta scartate facevano la fine dolce e giusta. Ma il verbo diventava puntuale nel gioco del football. Era bello scartare chi ti stava di fronte. Era il primo gesto che un padre faceva con il proprio pupo, non appena Babbo Natale aveva depositato il pallone in regalo. Era il sogno di qualunque bambino che incominciasse a tirare calci a quello stesso pallone, andando da una parte all’altra del tinello, del corridoio, del marciapiede, del controviale, della spiaggia o del campo in terra polverosa. Nessuno parlava, scriveva di quattro tre tre, nessuno immaginava che un giorno quel verbo, scartare appunto, sarebbe stato cancellato, rimosso per essere sostituito da «saltare». Ehssì, perché oggi non si scarta più l’avversario, lo si salta, come si farebbe con un ostacolo, con una barriera, con una transenna. La fantasia è stata azzerata dalla balistica, il dribbling, eccolo il modo vero, quasi mondiale, lessico comune e di immediata comprensione, non rientra nella disciplina tattica. Eppure Matthews era il wizard, il mago del dribbling (si pronuncia senza la g finale), qualcosa che sfugge, che scivola. Gli inglesi, in verità, usano dribbler, il dribblatore, ma non dribbling, che viene utilizzato per altro, l’acqua che fuoriesce da un tubo, la bava dalla bocca di un bambino (the baby was dribbling at the mouth) o di un vecchio, ma non è il caso di andare per crusca. Qui il problema riguarda un gesto tecnico di grande maestria, arte del tocco e del ritocco, la finta, magari accompagnata dal tunnel, il pallonetto (gli spagnoli dicono vaselina, i sudamericani sombrero, olè), insomma il repertorio sempre più raro, in via di estinzione per far posto alle sovrapposizioni, alle ripartenze, all’assist che da una parte riempie la pancia degli allenatori e dei compagni di squadra, dall’altra spoetizza il gioco medesimo, rendendolo un prodotto di officina e non di studio d’artista.
Maradona, Matthews, Johnstone, Sivori, Gento, Corso, Meroni, Platini, Best, Garrincha, Claudio Sala, Messi e Ronaldinho sono stati e sono tutti personaggi e interpreti di questo gesto, rapace e appena accennato, astuto e intelligente, egoista e utile. Scartare e dribblare, così abbiamo declinato per anni il gusto di far fesso chi ci stava di fronte, padre o avversario, fratello o vicino di banco. L’avvento del tatticismo, che è una cosa diversa e aberrante rispetto alla tattica, ha violentato la naturalezza del gioco; dunque, come detto, non si dribbla ma si salta, si aggira, si evita, verbi maligni, quasi vigliacchi che nulla hanno a che fare con lo spirito del gesto, lo avvelenano, rendendolo prosaico.
Gli spazi vengono aggrediti, il tempo recuperato, dunque l’isola della fantasia è disabitata. Per celebrare il dribbling che fu non ci resta che tornare a scartare. Purtroppo soltanto l’uovo di Pasqua.