Fra «matti» ci si comprende Solo l’Inter può guarire Cassano

L’ultima follia di Moratti: portare il pugliese alla Pinetina. Da Lorenzi a Taribo West, da Skoglund a Ibra e Materazzi la tradizione di giocatori «fuori di testa» che in nerazzurro hanno dato il massimo

Come non averci pensato prima? Visti i risultati, inutile insistere con il metodo della rieducazione coercitiva. Ormai è scientificamente accertato: Cassano tornerà Cassano, se mai tornerà Cassano, non certo per il giro di vite (spericolate) che gli impartiscono in una società-caserma. L'illusione che Capello potesse ancora una volta applicare la sua cura con successo è miseramente fallita. Bisogna mettersi il cuore in pace: se un'ultima possibilità di recuperare il talento barese esiste ancora, questa va ricercata lungo un percorso opposto. Anziché adattarlo in modo coatto allo stile di un club, basta trovare un club che si adatti al suo stile. E come no, ma certo: l'Inter. È l'ultima idea, può essere quella geniale. Come non averci pensato prima?
Estrosi, eccentrici, bizzarri: tanti cavalli pazzi del calcio hanno vestito la maglia nerazzurra e proprio con questa maglia si sono pure realizzati. Questioni ambientali, questioni storiche, questioni umane: vai a sapere. Ma è statisticamente provato che la particolare pedagogia in voga da sempre ad Appiano ben si adatti ad una particolare tipologia di individuo umano. È chiaro che tutte le società vantino al proprio attivo qualche campione - diciamo così - originale. Ma nessuna, effettivamente, ha la tradizione dell'Inter. Come dimenticare gli eccessi alcolici di Skoglund, le provocazioni di Lorenzi, su su fino all'amabile Taribo West, che voleva dormire in roulotte e diceva di vedere Dio (una volta disse a Lippi: «Mister, Dio mi ha detto che domani devo giocare». Il tecnico, imperturbabile: «A me non ha detto niente: vai in panchina»). E venendo a noi: vogliamo parlare di Ibrahimovic, passando magari prima per gli operai di difesa Centofanti e Materazzi? Non è chiaro se siano i giocatori a fare una certa Inter, o se sia l'Inter ad attirare certi giocatori. Un fatto è certo, il reclutamento avviene da sempre all'insegna di un unico grido: se non sono matti, non li vogliamo. Nessuna offesa: matti per modo di dire, matti in senso sportivo, matti come imprevedibili, esuberanti, incontrollabili. Sembrerebbe che in sede leggano dalla mattina alla sera, prendendoli terribilmente alla lettera, un solo autore e un solo libro: Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia.
Come nasce una tradizione? È la successione di tanti fatti simili che alla fine diventa tradizione. Così, se il Torino si porta dietro il suo copyright di maledizione, se la Juve quello di un certo grigiore produttivo, se la Roma quello dell'anima popolana trasteverina, l'Inter detiene indubbiamente l'impronta della follia. Qualche volta il risultato si chiama caos, come dimostrano i lunghi anni dell'ultima gestione. Ma tante altre volte si chiama creatività, genio, arte: basti pensare al record firmato dal quadrato Trap, che poi così registratissimo non è, grazie all'estro degli Zenga e dei Matthäus. Certo, le vittorie si costruiscono anche con i Picchi, i Matteoli e persino con i Manicone, ma è ovvio che una squadra debba avere anche qualche mente fredda e posata. Nessuno direbbe mai che all'Inter sono sempre tutti sregolati. Tutti no. Parecchi sono graditi.
Restando all'oggi, va riconosciuto che Moratti è il perfetto interprete dell'anima Erasmiana. Nelle discussioni da tv regionale i presidenti matti sono da sempre gli Zamparini, i Preziosi, i Cellino. Ma questi, se vogliamo, sono matti nel senso caratteriale. Sono incazzosi, più che matti. Moratti no, Moratti è un mite naturale. Ma è sua la vera, sublime, lucida follia: un uomo che guida felice un club con 350 miliardi (in lire) di debiti, dopo averne spesi più di mille negli ultimi anni, e pensando di spenderne altri persino nella stagione in cui non perde mai una partita, diciamolo onestamente, è molto più in linea con Cassano che con Manicone.
Da lui s'irradia poi una filosofia. Come un marchio di fabbrica. Prendi anche l'allenatore. Tra Capello e Mancini, ha scelto Mancini. E difatti quest'ultimo, per non deviare dalla linea, dimostra fedelmente la sua anima aziendalista. «Mi piacerebbe allenare Cassano», dice non più tardi di qualche giorno fa. Una follia al limite del masochismo, per un tecnico che ha sotto mano una macchina perfetta, finalmente armonica. Eppure non bisogna stupirsi: siamo all'Inter, se non sono matti non li vogliamo. Mancava soltanto Cassano: presto, arriverà anche Cassano. A Mancini piacerebbe allenarlo: a qualche tifoso, magari, piacerebbe sapere al posto di chi lo farebbe giocare. Ma non bisogna dar corda: non sono domande da Inter.