Il mattone sgambetta l’economia Usa

Il segretario Paulson: rallentamento prevedibile, America ancora in salute

Rodolfo Parietti

da Milano

La Casa Bianca non è preoccupata, il segretario al Tesoro Paulson minimizza, ma l’economia Usa continua a frenare. Più del previsto, oltre le attese degli economisti, segno che la crisi del mercato del mattone è stata finora sottostimata. Lo si capisce dai dati comunicati ieri dal dipartimento al Commercio, in base ai quali il Pil Usa è cresciuto appena dell’1,6% annuo rispetto al 2,6% del periodo aprile-giugno.
Il risultato è il peggiore da tre anni a questa parte, e in parte è attribuibile alla politica restrittiva condotta dalla Federal Reserve attraverso 17 rialzi consecutivi dei tassi a partire dal giugno 2004 e fino allo scorso mese di agosto. Sotto questo profilo, attenuandosi le pressioni inflazionistiche (2,3% la parte core, più fredda se confrontata al 2,7 del second quarter) a causa della minor espansione economica, Ben Bernanke potrebbe dirsi soddisfatto. Il problema resta però la violenta decelerazione del mercato immobiliare, settore in cui la spesa per nuove abitazioni è crollata del 17,4% tra giugno e agosto, dunque con una rapidità che non si vedeva da oltre 15 anni. Sta tutta qui la minor crescita del terzo trimestre, nel fine corsa di un comparto giunto al termine di un ciclo fortemente (forse troppo) espansivo.
Per il resto, infatti, l’economia americana sembra ancora capace di manifestare la robustezza dei tempi migliori. A cominciare da quella che è qualcosa di più di una semplice condizione di equilibrio dei consumi privati, il pilastro su cui si regge l’attività economica a stelle e strisce: l’incremento del 3,1%, superiore allo score del secondo trimestre (più 2,6%) e reso possibile dall’impennata degli acquisti di beni durevoli (più 8,4% dal meno 0,1% di aprile-giugno, acquista ancor più valore se si considera che è stato ottenuto in uno scorcio dell’anno caratterizzato dall’esplosione dei prezzi del petrolio e dai ripetuti rincari dei carburanti, avvenuti proprio durante la driver season, la stagione dei grandi spostamenti da Stato a Stato per le vacanze. Al tempo stesso, anche le aziende hanno mostrato una buona vitalità, testimoniata dall’incremento degli investimenti non residenziali (più 8,6%), indice di ottimismo verso il futuro.
Il dato di ieri, che resta comunque una stima preliminare suscettibile di successive correzioni, potrebbe avere ripercussioni sulle elezioni di metà mandato in calendario il prossimo 7 novembre, ma il portavoce del presidente Bush ha parlato ieri di un rallentamento che è l’«effetto prevedibile» del rialzo dei prezzi petroliferi e dei tassi e della contestuale caduta di quelli immobiliari. Anche il numero uno del Tesoro, Henry Paulson, ha parlato di correzione «naturale», aggiungendo di considerare sbagliato dar «troppa enfasi al risultato di un solo trimestre» e di ritenere «ancora in salute e diversificata» l’economia americana. La cui tenuta dovrà però essere testata nell’ultima parte del 2006 e, soprattutto, nel 2007.