Maturità, assalto finale alla riforma Moratti

Appena laureato, Guglielmo Speranza (Eduardo De Filippo) va a chiedere la mano di Gigliola, ma genitori e parenti della ragazza non si fanno impressionare dalla virtuale corona d’alloro che cinge il suo capo, né dal diploma ancora fresco di stampa che il neo-dottore stringe con orgoglio nella mano, e lo sottopongono ad una specie di interrogatorio.
Finalmente convolato a nozze, Guglielmo è «tallonato» dai suoceri, che continuano ad osservarlo e soprattutto a giudicarlo. Quindi è la volta degli amici, che gli domandano il «perché» e il «per come» della relazione con una giovane donna di nome Bonaria.
Sono esami che non finiscono mai (donde il titolo della commedia), che non finiranno in punto di morte («Ti assolvo dai peccati, figliolo mio - recita il sacerdote accorso al capezzale - ma ricordati che nei cieli ci sarà un altro tribunale che ti dovrà giudicare») e non finiranno nemmeno dopo la sua dipartita, perché uno dei personaggi, mentre firma il libro degli intervenuti al funerale (davvero sui generis) afferma che Guglielmo non ha saputo nemmeno morire.
Sì, la vita è una serie di prove cui l’uomo si sottopone (in vista di un guadagno) o è sottoposto (per lo più dal giudizio della gente: leggi Pirandello) e che il più delle volte si rendono indispensabili, per accettarne preparazioni e attitudini specifiche (ad esempio il rilascio di una patente automobilistica). Piaccia o no è così, e siccome anche la scuola fa parte della vita, non conformarsi a questa regola (a questa realtà) significherebbe privare la scuola della sua finalità ultima: quella di formare l’uomo e il cittadino; di inserirlo nella società; di «attrezzarlo» alla lotta della vita, che in definitiva è una serie pressoché ininterrotta di prove.
Che senso ha promuovere tutti gli studenti agli esami di maturità? Volenterosi e lavativi, diligenti e svogliati, assidui alle lezioni e «filonisti» («fare filone», a Napoli significa bigiare) passavano tutti (ben oltre il 90%), sia chi scriveva «se avessi un bel voto sarei contento» che chi scriveva «se avrei un bel voto fossi contento», sia chi affermava che «canuto» è una persona dai capelli, la barba e i baffi bianchi, sia chi affermava che si trattava di un marito tradito dalla moglie, o che «Napoleone morì nelle braccia di Sant’Elena» o che «I papi sono celibi di padre in figlio», o che «Maria Antonietta aveva un delfino dentro una vasca e diceva a tutti che era figlio del re» (autentiche dichiarazioni di studenti).
Per questo ben venga la nuova riforma, che prevede la presenza di (almeno) tre membri esterni nella commissione d’esame e reintroduce lo scrutinio finale per l’ammissione all’esame. Stando così le cose, sarà più difficile (almeno sulla carta) dare per scontata la promozione di un alunno. Si tratta in realtà di un ritorno al futuro, perché molti di noi (compreso il sottoscritto) hanno sostenuto gli esami di maturità proprio davanti a membri esterni, e ad un presidente di commissione proveniente da altro istituto.
Evviva Fioroni, dunque? Sì e no. L’impressione (ma è impressione?) è che il ministro abbia profuso tutte le sue energie intellettive anche per «vendicarsi» della riforma Moratti, della quale non rimane in pratica più niente.
Però, questa è la politica, e chi si illude che i conti personali (i conti «partitici») non si chiudano appena si presenta l’occasione, non ha capito niente della vita. Come a dire degli esami.
mardorta@libero.it