La maturità fragile di Robbie Williams: «Canto la mia vita»

La svolta dell’ex ragazzo prodigio del pop (che ora ha 31 anni). Tra ironia e riflessioni, nel suo nuovo cd «Intensive care» ammette: «Non credo di poter amare davvero»

Cesare G. Romana

L’annuncio di una provvisoria riunione dei Take That, con l’inclusione di Robbie Williams, ha gettato nel panico tanti musicofili. E se dopo esserci liberati del quartetto inglese, si sono chiesti in molti, la ventilata reunion preludesse alla sua definitiva ricostituzione? Niente paura: Intensive care, il nuovo album di Williams, esce lunedì prossimo attestando che il talentoso cantante e musicista non ha nessuna intenzione di rinunciare alla carriera solistica, per tornare con i vecchi compagni di strada.
Ben venga dunque questo album «registrato in camera da letto, in cima alle colline di Hollywood», come avvertono premurose le note per la stampa accluse al disco. Dal canto suo, Robbie si dice assai convinto della qualità di questo nuovo lavoro che «a livello di testi è il migliore che io abbia scritto». Trattasi del «lavoro di qualcuno che riflette sulla propria vita - assicura ancora Williams, non senza un pizzico di giuliva ovvietà - con momenti intrisi di nostalgia e di melanconia». E ancora echi di Oran Juice Jones e Prefab Sprout, slanci mistici e male di vivere, divagazioni sull’occultismo, paura del disamore. Si viaggia dall’edonismo rock’n’roll di A place to crash con i suoi echi rollingstoniani, alla sorniona gangster story di Tripping, a vicende di «ex amanti che si desiderano a vicenda».
Certo Bob Dylan e Bruce Springsteen sono distanti anni luce, da questo manufatto compilato d’altronde con mestiere e onestà. Ma Robbie Williams sa come indulgere al facile ascolto, senza scadere nella banalità. Così l’album risulta agréable e musicalmente composito, con momenti di vera intensità. Fin dall’iniziale Ghosts, dove l’evocazione alquanto maschilista di un amore perduto - «Sto qui, vittorioso/l’unico uomo che ti ha attratto/quando piangevi, piangevi per noi/quando siamo finiti sei finita da sola» - si riscatta nel gioco elegante delle chitarre, negli impeccabili intrecci corali, nelle atmosfere sapientemente evocate. E subito dopo si sterza verso il vispo techno-pop di Tripping, appunto, tra falsetti aguzzi e repentine effusioni melodiche.
Insomma, Intensive care è un album concettualmente epidermico ma denso e intelligente nella scrittura musicale, che Williams condivide con Stephen Duffy e che scava in territori emozionali più profondi di quanto la facilità del tratteggio melodico, e il non eccelso spessore dei testi, parrebbero in grado di consentire. Ascoltare per esempio Make me pure, con quel pedale spesso di tastiere, gli echi gospel sparsi qua e là, il ricamo un po’ torbido delle chitarre a garantire un inatteso «pieno» emotivo. O le inflessioni bowiane di Sin sin sin. O Advertising space, con i suoi cenni alla Cia, al Watergate, al Vietnam e la sua drammaturgia sonora vagamente gotica, quasi a compensare, nell’efficace alternarsi di cupezze e squarci di luce, la prevedibilità della melodia.
Buon album, allora, sebbene il contrasto tra la commestibilità della scrittura e le ambizioni della partitura musicale appare spesso irrisolto. Ovvero: la stessa impaginazione dei suoni, la ricchezza di soluzioni strumentali, il risalto pittorico degli arrangiamenti avrebbero richiesto ben altro spessore di concetti. Ma questo passa il convento, e del resto da un ex Take That sarebbe stato difficile, quando ebbe inizio la sua avventura solistica, aspettarsi approdi artistici così interessanti. Anche in grazia d’un talento interpretativo sempre più meditativo, che ci regala un Robbie Williams capace di lirici abbandoni, di sinceri struggimenti - la finale, dolente King of bloke and bird - e di agra ironia.