Maturità a misura di quiz: formula «Rischiatutto» per interrogare gli studenti

Ieri la terza prova scritta scelta dalle singole scuole. Ecco com’è andata nella testimonianza di un docente del liceo classico

La batosta Tacito è archiviata. Sbiadisce l'arrampicata sugli specchi del viaggio e delle catastrofi naturali (8 ragazzi su 10 hanno fatto propria queste tracce di tema, dribblando il vate Dante e l'Europa, non proprio in cima ai loro pensieri). Il torneo degli scritti si chiude con la terza prova, in teoria la più oggettiva, valutabile con coefficienti che esibiscono la fredda precisione della matematica applicata. Qui il dominio di Roma termina, ogni commissione sceglie per sé. Trattazione sintetica di argomenti significativi, anche a carattere pluridisciplinare, recita la norma relativa alla tipologia A. Quesiti a risposta singola, raccomanda il codice B.
Leggo il disposto ministeriale, e mi sovviene dei ruggenti anni (l'avvio della riforma dell'esame, non più di maturità, mi raccomando, di Stato) in cui gli ingegni didattici si accaloravano nello squisito e dotto confronto critico tra pluri- e interdisciplinare, ammantandosi il secondo termine di un prestigio superiore, di abilità trasversali, di un «saper fare» buono per tutte le stagioni, un frullato armonico di metodi, mentre il primo scadeva a multiquiz grezzo, travestito da prova d'esame riformata e, perciò stesso, innovativa. Oggi si va giù più lisci, senza troppi fronzoli. Quattro domande, una per materia scelta (pochi minuti prima della prova, per i candidati è un uovo di Pasqua), max 15 righe, due ore di passione. I miei sono studenti di classico, somministro (si dice così, con una sfumatura di tenerezza terapeutica) un problemino di greco da vertigine, la traduzione e l'analisi di un corale dall'Antigone di Sofocle, il canto dell'uomo («molte le realtà misteriose, ma niente è più misterioso dell'uomo… »). Tranquilli, è materia voltata e rivoltata a lezione, un capo Horn degli studi classici, se ne superi le bufere e i gorghi abissali sei pronto a ripartire per qualsiasi esplorazione dell'intelletto. Così, mentre osservo i ragazzi che affondano i denti nei versi succosi di Sofocle, penso che questo scontro finale con la poesia ellenica sia più un congedo, un rito di passaggio, che una prova scolastica. Giro tra i banchi - spogli, è ammesso solo il vocabolario d'italiano e la salvifica mezza minerale - e individuo il grattacapo nella domanda di matematica (è leggenda metropolitana che al classico se ne studi poca, è che la si fa concentrata, concettuale e tosta) in un gergo che a me, profano, ricorda i messaggini, x, y, sin, e s'aggroviglia in funzioni, grafici e andamenti qualitativi. Qui le righe sono per modo di dire, per venirne a capo ci vogliono paginate di tracciati astrali. Tutto fila in storia, 150 parole per raccontare vita e miracoli dell'Onu. Anche il Frankenstein del quesito d'inglese non allarma, se non per il fatto che la risposta deve articolarsi in your own words, rigorosamente in lingua.
A dirla così, sembra il trionfo dell'enciclopedismo (frantumato in pillole, si deteriora a nozionismo). Ma in questo genere di prova si tratta anche di lavorare sui dati certi, in modo pulito e veloce. Precisione e completezza fanno la differenza. Peccato che i metodi di lavoro, durante l'anno, non sempre siano omologhi. La terza prova è un passo d'addio, destinata agli studenti, ma può essere uno snodo di verifica del sistema. Più linearità, una sana dose di simplicitas, i bla bla sociologici banditi come la peste e, come scuola, saremo davvero alternativi, incisivi, formativi, argineremo in breccia gli stupidari dello tsunami televisivo.