Maurizio Ligas, ricordo di un «antimoderno»

Maurizio Ligas scontò i suoi turbati vent’anni nella Bologna degli «anni di piombo» portando i segni di una giovinezza maturata al calor bianco dei disinganni. Malgrado la contestazione, la droga e il conformismo iconoclasta delle odierne scuole d’arte, la sua esistenza si era saputa risolvere in amore per le immagini dipinte, con Morandi e De Chirico a fare da maestri «antimoderni». Si ritrovò così a Roma nel cenacolo della «Tartaruga» di Plinio De Martiis che nei primi anni Ottanta tentava una sorta di «nuovo ritorno all’ordine». Fu una breve stagione controcorrente che ha lasciato una traccia importante per l’arte italiana. Terrazze e colonnati in aggetto sul mare, piroscafi vaganti tra le case, nature morte e giardini a labirinto popolarono allora le visioni di Ligas, sospese come in una tremolante bolla di sapone.
Maurizio non ebbe però il successo che attendeva. E bruscamente decise di cambiare vita: ripose la poesia nel cassetto e cominciò una vita da artigiano girovago, affrescando per anni gli interni di case signorili. Di tanto in tanto un suo quadro brillante faceva sperare nella ripresa del cammino di pittore. E in questi ultimi tempi pareva proprio fosse tornata l’energia. Ligas aveva appena abbozzato una veduta di Bologna con le tipiche luminosità della memoria morandiana. È con questa immagine nella mente che i suoi occhi si sono chiusi per sempre quando, qualche giorno fa, la sua automobile lo ha fatto schiantare contro un cipresso mentre usciva da un viottolo in Val d’Orcia. Era nato a Treviso nel 1952.