MAURIZIO MICHELI «Io e il contrabbasso, che follia»

Il poliedrico attore, alle prese con il testo di Suskind, celebra il connubio fra magia e pazzia: «Vivo a contatto con lo strumento. Cos’è che fa abbandonare ogni sera la propria identità?»

È difficile sorprendere un uomo poliedrico come Maurizio Micheli. Semmai sarà lui a sorprendere chi voglia incautamente porgli delle domande. Io ci ho provato sudando sette camicie, anche se per riuscire nella difficile impresa ho dovuto sobbarcarmi un viaggio fino a Trieste e fargli la bella sorpresa di piazzarmi nel suo camerino dove, al Teatro Verdi, miete allori e tortura giovani ammiratrici regnando da par suo nel «Paese dei campanelli». Giudicate voi se ce l'ho fatta o meno. Maurizio, sei incorreggibile. Proprio tu che, nato a Livorno, dopo un'adolescenza a Bari sulle orme del Living, sei stato per anni cittadino milanese prima di abbandonare la capitale lombarda per la Città Eterna, adesso eleggi di nuovo domicilio a Milano... Vero o falso? «Non vero, verissimo. Anche se non lascio Roma per una serie di motivi che poco hanno a che fare con l'arte, Milano mi ha ripreso all'amo e non intendo lasciarmela scappare».
Come mai?
«Se a Bari, quand'ero diciottenne, feci conoscenza con Julian Beck e Judith Malina imparando l'inglese nei grandi spettacoli brechtiani che furoreggiavano prima del Sessantotto, a Milano ho conosciuto Chéreau col quale debuttai in ”Splendore e morte di Joaquin Murieta”. E soprattutto scoprii i Navigli dove di sera si cantava, si recitava, si ballava e si rideva fino all'alba. Per me tornare nella città definita da Stendhal la più bella ville d'eau d'Europa dopo Venezia equivale a un bagno di giovinezza, ora che ormai gli anni verdi sono alle mie spalle».
Ma se hai solo cinquantotto anni!
«E ti sembran pochi? Anche se il teatro è pieno di signorine settantenni che, abbandonate dal cinema, salgono sul palcoscenico mentre distinti cattedratici in là con gli anni si misurano con Shakespeare quando lo Stato li mette in pensione, il traguardo dei sessanta si fa sentire in modo impressionante».
Non mi sembra il caso per colui che da trent'anni incanta le platee con l'irresistibile «Mi voleva Strehler»...
Quello è un caso isolato che non fa storia. Pensa che quando Umberto Simonetta, bontà sua, mi propose di elaborare insieme l'idea minuscola di un giovane attore che, reduce come me dalla scuola del Piccolo, attendeva invano la chiamata del Maestro, eravamo certi che il nostro cabaret corrosivo ma stranamente riverente nei confronti dei massimi sistemi, avrebbe tenuto il cartellone massimo un paio di mesi, invece...»
Invece è diventato il tuo marchio di fabbrica..
«Non più. Ora ho appeso al chiodo i suoi abitucci striminziti per vivere, ahi noi, in stretto contatto con uno strumento abnorme come "Il contrabbasso", il magnifico pezzo di Suskind dove celebro, tanto per cambiare, il connubio tra magia e follia».
Magia e follia forse si equivalgono?
«È o non è follia abbandonare ogni sera la propria identità per vestire i panni dell'immaginazione indossando una fibbia d'argento col volto coperto da un cappellaccio come faceva Cyrano de Bergerac?»
Ma tu non ti limiti a questo, non è vero?
«Confesso sinceramente di avere un debole per la farsa. Non credi che la vita sarebbe un'immensa tristezza se domani ci fosse impedito di ridere sui nostri mali e sui nostri limiti?»
Mi hai convinto. Ma questa constatazione non annuncerà in sordina un nuovo impegno in direzione della comicità pura ossia torte in faccia e lacrime di glicerina?
«Come hai fatto a capirlo? Ebbene sì, mi arrendo. Mi preparo a varare un esilarante canovaccio di Ray Cooney, l'autore di "Se devi dire una bugia, dilla grossa"».
Come si intitola la tua nuova fatica?
«“Il letto ovale". Un testo che sebbene abbia sulle spalle ben un quarto di secolo, è di un'attualità sconcertante. Con me ci sarà Barbara D'Urso e, novità delle novità, Sandra Milo con la sua vocina tutta miele e mossette come la sua proprietaria. Che, puoi giurarci, strapazzerò più di Otello alle prese con la bionda Desdemona».