Mauro, l’uomo che non risponde alle domande

Da mesi il direttore di <em>Repubblica</em> chiede al premier se &quot;si sente
soggetto alle leggi civili e morali&quot;. Ora però ci spieghi se lui ha
violato quelle fiscali. <strong><a href="/a.pic1?ID=378655">La tribù dei pataccari fabbrica scoop antipremier</a></strong> e pubblica interviste farlocche e pagine taroccate

Roma - Dedicato a Ezio Mauro, riservato e immacolato giornalista integralmente indipendente, partito come collaboratore della democristiana Gazzetta del Popolo di Torino e approdato ai vertici della debenedettiana Repubblica, sotto la testata della quale, il primo giorno da direttore, era il 6 maggio 1996, in spregio alla tradizionale riservatezza piemontese e soprattutto agli accordi sindacali appena firmati, pose, accanto al nome del Fondatore, anche il proprio. Egolatria, direbbe Adriano Sofri.

Sotto la testata di Repubblica, e sotto il suo nome, accanto ad accorati appelli alla Trasparenza, alla Moralità, alla Chiarezza, da quattro mesi Ezio Mauro, che da allora è diventato un po’ il Gerry Scotti del giornalismo, tutti i giorni ci accende due pulsanti così con le Dieci Domande al premier. Facendo dell’ormai insopportabile tormentone, peraltro con qualche mese di ritardo rispetto alle Dieci Domande che il Giornale, otto mesi fa, pose ad Antonio Di Pietro a proposito dei misteriosi criteri di finanziamento pubblico alla sua «Italia dei Valori», ... ma questa è un’altra storia..., un vero e proprio genere giornalistico. Editoriale, commento, intervista, fogliettone, Dieci Domande. Un blog, tanto per dire, di recente ha persino posto Dieci Domande a Ezio Mauro sul perché dopo le centinaia di articoli dedicati da Repubblica al senatore Ignazio Marino, da quando questi si è candidato segretario del Pd, lo ha completamente ignorato. Ma c’è anche chi ha posto Dieci Domande a George Clooney sulla sua storia con la Canalis, solo per dire dove siamo finiti...

Solo per dire dove vogliamo arrivare, e proprio per non scivolar nel peggiore dei luoghi comuni del giornalismo, non staremo a rivolgere al furbetto del pariolino le scontate Dieci Domande sulla scalata al suo attico romano. Ne faremo solo Una, sperando che ciò tagli i tempi della risposta, visto che a oggi Repubblica (tra il silenzioso chiasso dell’intero arco costituzionale della stampa libera e democratica) non dedica una-riga-una alla vicenda. E la domanda è: «Alla luce di quanto emerso in questi nove anni, come è avvenuta, signor Direttore, la transazione immobiliare che L’ha resa proprietario del Suo attico ai Parioli?». Sì, quello su due piani, al quarto l’ampio salone, cucina e tre camere e terrazzo e al quinto due camere, un soggiorno-veranda, bagni e studio. Quello pagato nel 2000 2 miliardi e 150 milioni di lire, di cui 850 milioni in nero. Quello che - a occhio - ci stanno comodi una trentina di immigrati clandestini di quelli che Repubblica continua a domandarsi se è morale che stiano chiusi nei centri di accoglienza... Li inviti a casa sua, a chiederglielo.

«In un Paese normale, la politica deve star fuori dal mercato, badando a fissare le regole...», Lei scriveva - signor Direttore - in uno di quegli integerrimi editoriali in cui si scagliava contro quei furbetti «affaristi, speculatori e profittatori» che scalavano, si parva licet..., non attici ma banche e giornali. Uno di quegli editoriali intitolati, virtuosamente, «Senza indulgenze», «Dov’è la vergogna», «Il bene del Paese», o - ma pensa i casi della vita... - «Insabbiare».
Ecco Direttore, malgrado l’altezza non propriamente da struzzo, tiri fuori la testa. Si guardi in giro. E, forte dell’esperienza acquisita a suo tempo come corrispondente da Mosca negli anni della glasnost, che vuol dire «trasparenza», ci dica chiaramente come è andata la storia del suo attico.

Si liberi, Direttore, del ciarpame immobiliare che La circonda. Non Le chiediamo, come ormai un po’ pesantemente Lei sta ripetendo da tempo, «se il nostro Primo Ministro si sente soggetto alle comuni leggi civili e morali?». Ma soltanto se Lei si sente soggetto a quelle fiscali.

Riassumendo il suo lavoro, una volta Lei ha detto che «La vita di un direttore è una vita sotto il neon». Bene. L’accendiamo?