Mauro, il paladino della D’Addario che in tv fa la morale al "Giornale"

Ennesimo show anti Cav alla corte della Dandini. Il direttore di
"Repubblica" dimentica i suoi attacchi al premier a base di escort e
insulta Feltri: produce fango, non articoli

Roma C’è da pensare che sia una tattica studiata a tavolino: fare esattamente il contrario di quello che l’editore (il vituperato Masi, dopotutto, fa quel mestiere lì in Rai) prescrive e indica ad inizio stagione, per cercare lo scontro e la successiva sanzione e quindi, una volta (eventualmente) sanzionati, organizzare picchetti contro la censura da Zimbabwe dei «prezzolati dipendenti del premier» (esprit de finesse dell’Idv per il direttore generale). C’è da pensarlo e quasi crederci dopo aver guardato l’ultimo «Parla con me», un programma che pur avendo bravi comici, invece di provare a far ridere, si ostina a giocare al piccolo «Ballarò». Il programma dell’altra sera avrebbe dovuto chiamarsi, piuttosto, Parla da solo, visto che parlava da solo Ezio Mauro, grande direttore di Repubblica. Un formidabile attacco (intervallato dagli applausi del pubblico compiacente, altro cruccio di Masi assolutamente snobbato dalla Dandini) per screditare il Giornale, senza alcun contraltare se non le risatine (sì ma satiriche) della Dandini. Proprio quell’«equilibrio» che Masi si era augurato per la nuova (ma identica a prima) edizione del programma.
Mezz’ora di lezione di deontologia professionale, contro il meschino giornalismo di attacco personale fondato sugli scheletri d’armadio, ovviamente quello dei «giornali di famiglia», tenuta dal direttore del giornale che ha fatto di quel mestiere un’arte sopraffina. Nell’ultimo anno, peraltro, Mauro agli scheletri ha preferito i sinuosi corpi di escort, troiame barese, soubrettine o roba del genere. Quelle sì che erano inchieste serie, mica fango come quello del Giornale. Le vostre, dice Mauro, non sono inchieste giornalistiche, sono dossier, e poi comunque «non ha nessuna importanza se questi dossier esistano veramente». Ecco, non solo le inchieste fatte da noi si devono chiamare «dossier», ma anche se fossero veri e rivelassero episodi inquietanti su personaggi pubblici (come Repubblica insegna a fare per il Cav), non importerebbe comunque nulla, perché abbiamo detto che sono «dossier», dunque zitti.
Siamo all’odio di classe verso i paria della società editoriale, noi altri, quelli dei giornali cattivi e poco chic. Anche un giornalista come Ezio Mauro fa finta di credere alla barzelletta della «minaccia» al collaboratore della Marcegaglia, una panzana che un grande cronista dovrebbe riconoscere a due chilometri di distanza. Niente, siccome fa gioco diffondere il dossier contro il Giornale, alla fabbrica del fango (sì ma di alta classe) dei Santoro, delle Dandini e del vario circo televisivo, si unisce anche il capoturno Mauro, che ripete lo slogan propagandistico per randellare a dovere i nemici: «Al Giornale minacciano di raccogliere dossier, di puntare delle squadre contro una persona. Sono cose che non succedono in nessun’altra parte del mondo. Non è giornalismo, è bassa macelleria». Inutile spiegare che non c’era nessun dossier, il reprobo non ha diritto ad essere creduto.
La differenza ontologica che fa di noi degli schifosi e di Repubblica l’Università dell’inchiesta - come si è spiegato a «Parla con me» -, sarebbe che noi nascondiamo i dossier per minacciare Arpisella, loro invece pubblicano le notizie scomode sui potenti (anche se su De Benedetti, Prodi o Veltroni se ne ricordano pochine). Rafforzato da una risata della Dandini e da una barzelletta di Vergassola, Mauro ha continuato a buttare legna nella fabbrica (a ciclo continuo) della condanna preventiva al Giornale. Se non pubblichiamo inchieste truci siamo comunque dei mascalzoni perché ce l’avevamo sicuramente ma non l’abbiamo pubblicata per usarla come minaccia. Se invece la pubblichiamo, siamo dei farabutti perché, se l’abbiamo pubblicata, allora è un dossier. Non abbiamo via di scampo. Invece una via di scampo ce l’ha la Dandini, strapagata dalla Rai per infischiarsene delle direttive del suo editore: nel caso qualcuno le obiettasse qualcosa avrebbe solo da guadagnarci, come paladina del diritto. Sta in una botte de’ fero, dicono a Roma. E in quel disgraziato caso, se la dittatura berlusconiana in Rai si abbattesse contro di lei, potrebbe ulteriormente «innovare il linguaggio televisivo degli ultimi anni (come si autodescrive sul sito Rai): intervistare se stessa, e ridere alle proprie argute osservazioni.