Mauro Saviola, l’imprenditore artista

Chissà se i famosi artisti, i grandi maestri, esposti alla quinta edizione di «Arte contemporanea per i rifugiati» (mostra romana - seguita da asta milanese - a favore dell’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite) si sono chiesti chi sia quel Mauro Saviola che fa capolino tra le loro opere. Chissà se se lo sono chiesti i potenziali acquirenti, pronti a sborsare belle cifre e che hanno visto il nome Saviola elencato tra grossi calibri dell’arte come Maurizio Cattelan, Mimmo Paladino, Mimmo Rotella, Gregorio Botta.
Bene, Mauro Saviola, per chi non se ne ricordasse, è uno di quei «Tipi italiani», forse tra i più incredibili, che Stefano Lorenzetto è aduso a scovare per Il Giornale. Uno che potremmo considerare un incrocio tra il disneyano Archimede pitagorico e un imprenditore d’antan. Infatti, quello di dipingere con resine che lui stesso produce e sviluppa gigantesche tavole in legno è per lui soltanto un hobby. Anche se un hobby apprezzato, visto che due di questi enormi quadri andranno ad arredare gli spazi del TAR del Veneto, altri due sono alla Fondazione Mattei, uno nella parte nuova di un ospedale di Parma e altri sono stati esposti al Palazzo ducale di Mantova.
Ma l’estro artistico di Saviola si è materializzato, prima che a colpi di pennello, nella sua capacità di reinventare la materia in forme che sono industriali, ed economicamente profittevoli, ma fondamentalmente creative. Qualche esempio? Essere il primo produttore di pannelli di legno in Italia, senza tagliare nemmeno un albero ma soltanto riciclando mobili vecchi e quant’altro. Produrre tonnellate di tannino sfruttando vecchi castagni da abbattere. Quasi tutto con processi produttivi e macchine da lui inventate e brevettate. Da questo a dipingere quadri astratti sotto il portico di casa, che considera rilassante quanto cucinare, il passo è stato breve. E questi quadri, forti di tinte, che fanno del colore la loro forza, hanno finito per andare a spasso per gallerie e mostre, per trovare un proprio pubblico di appassionati. E così la direzione artistica della mostra romana l’ha notato e gli ha chiesto un’opera.
«Ovviamente ho detto sì, ed avere un quadro esposto con artisti così importanti mi emoziona...», racconta con modestia. Anche perché nell’arte cerca «semplicità e armonia, un modo di comprendere stati d’animo». Non cerca il successo né il guadagno, quelli li ha già avuti da altre parti. E forse è per questo che i suoi quadri piacciono ed emozionano.