Max Gallo: "Basta egualitarismo, è ora di sacrifici"

L'intellettuale francese: "Una volta la scuola trasmetteva il sapere. Oggi prevede l'idea che lo studio debba essere divertente". "I sessantottini pretendono di essere agiati e rivoluzionari allo stesso tempo. Sono loro i responsabili della frattura tra la politica e il popolo degli ultimi anni"

Il Sessantotto era inevitabile, ma non per questo i suoi effetti devono durare in eterno. Ed è ora di scoprire altri valori fondati sull’identità, sul lavoro, sulla meritocrazia. Max Gallo è uno degli intellettuali più prestigiosi di Francia, membro dell’Académie francaise. Figlio di un piemontese e di una parmense, ha l’Italia nel Dna e parla correntemente la nostra lingua. Da Parigi, dove vive e lavora, continua a seguire, con raffinatezza, la nostra realtà.

Il Sessantotto ha davvero screditato la scuola?
«Ha scardinato l’autorità e la struttura gerarchica, ma soprattutto ha cambiato l’approccio pedagogico. Un tempo la scuola serviva a trasmettere il sapere, si è trasformata in un luogo di dibattito, a scopi edonistici o perlomeno di intrattenimento e dove il rapporto tra docente e studente è tendenzialmente paritario. Ma ora il clima sta cambiando».

È in corso una restaurazione?
«No, anche perché non è possibile tornare al passato e, peraltro, non avrebbe nemmeno senso. La scuola, come d’altronde la nostra società, è e resta di massa. Tuttavia, noto che alcuni politici, come Sarkozy, tentano di andare oltre il Sessantotto e di proporre percorsi diversi nella struttura scolastica, ad esempio incoraggiando il lavoro individuale, con il sostegno del tutor. Non è possibile cambiare tutto il sistema, ma verranno apportati dei correttivi, che avranno diversa efficacia da un istituto all’altro, soprattutto dalle medie in avanti. Il processo sarà comunque lento e difficile».

Che cosa auspica?
«Penso a Georges Pompidou: i suoi nonni erano contadini, suo padre maestro elementare ed è diventato presidente. Auspico la fine dell’egualitarismo e la riscoperta della parità delle opportunità, riattivando i meccanismi di ascensione sociale. E c’è solo un modo per ottenerlo: l’apologia del lavoro».

L’abnegazione come valore?
«Senza dubbio, oggi prevale l’idea, tipicamente sessantottina, che lo studio debba essere divertente, che si possa imparare senza faticare. E invece no: apprendere può essere duro, noioso, anche ripetitivo, richiede sacrificio. L’importante è che poi questo sforzo venga ricompensato con uno sbocco professionale premiante. Così la scuola può diventare autenticamente meritocratica».

Tra i misfatti del ’68 c’è anche quello di non aver creato una classe dirigente?
«E com’è possibile? I sessantottini sono la classe dirigente nelle industrie, nelle banche, nello Stato, soprattutto nella cultura e nei media, non solo a sinistra. È una generazione che ha vissuto nel conforto di un’illusione ideologica, facendo proprie, però, le comodità di una società consumistica. Pretendono di essere agiati e rivoluzionari».

Con quali conseguenze?
«Innanzitutto hanno alimentato il mito del Sessantotto, come emerge dalle celebrazioni del quarantesimo, nonostante l’emergere di qualche critica revisionista. Ma soprattutto sono responsabili della frattura tra la classe politica e il popolo, che è emersa prepotentemente negli ultimi anni».

E ora come rimediare? C’è un modello a cui ispirarsi?
«In tutti i Paesi c’è la tendenza a imitare modelli altrui. Il modello Thatcher, quello Blair, quello tedesco. Ora vanno di moda la Danimarca e la Finlandia, ma secondo me sono ragionamenti che non hanno senso: ogni collettività deve sviluppare riforme che sono in sintonia con le proprie consuetudini sociali e culturali; insomma con la propria identità. Pensare che si possa importare la soluzione ideale non è altro che un’altra pericolosa illusione». http://blog.ilgiornale.it/foa