Max Gazzé, il "vero" vincitore di Sanremo "Ma vivo in mezzo a papere e asini"

Il brano <em>Il solito sesso</em> è il più trasmesso tra quelli in gara all’Ariston: &quot;Ho composto l’album pensando ai manoscritti del Mar Morto&quot;. E confessa: &quot;Con stewart copeland dei Police potrei incidere un cd alla sua maniera&quot;

Milano - Intanto mica si entusiasma. Figurarsi: Max Gazzé è il vincitore radiofonico del Festival di Sanremo, tra i brani in gara all’Ariston il suo Il solito sesso è il più trasmesso dai network eppure lui se ne sta beato nel suo casale a due passi da Roma e, se proprio si deve scaldare su qualche argomento, sceglie quelli un po’ meno prevedibili dei manoscritti di Qumran o delle visioni metafisiche degli assirobabilonesi. Altro che banali classifiche o download su ITunes. Strano tipo, Max Gazzé, sereno, placido, torrenziale ma vecchio stampo, nel senso che le sue parole vengono da un’altra epoca e chissà quale. Ad esempio: l’avreste mai detto che il titolo del suo nuovo cd Tra l’aratro e la radio è ispirato al confronto tra la fisica quantistica e gli scritti di antichi popoli come gli Esseni o gli Egizi? Di sicuro no. Perciò, a un musicista così, che ha quarant’anni, tre figli ed è uno sperimentatore nato, è difficile chiedere di ancorarsi alla banalità contingente di un successo in classifica. Lui lo accenna, magari, e ci ride su. Ma così deve scendere sulla nostra Terra e mollare per un attimo le teorie che ora lo trattengono su un altro pianeta, il suo. Così.

Allora Max Gazzé, in radio dopo i brani di Duffy, Leona Lewis e Lenny Kravitz c’è il suo.
«E dire che Il solito sesso non è neppure radiofonico. Ed è anche stato mixato su di un parametro emotivo, più che tecnico. Però l’ho sentito crescere dentro di me, ha una di quelle caratteristiche rare che non si possono spiegare: o ci sono o non ci sono».

Il debutto a Sanremo non era stato incoraggiante.
«Eh già, quella sera più che un’esibizione canora, la mia è stata un’esibizione canina. Roba da cani: all’Ariston non sentivo nulla, non capivo neanche cosa stavo cantando».

Tutt’altro rispetto a quando suonava i brani dei Police nei Gizmo con Stewart Copeland (batterista, appunto, dei Police).
«Mi disse che gli ho fatto ritornare la grinta. Potessi, inciderei con lui un disco alla Frank Zappa».

Intanto ha inciso il cd Tra l’aratro e la radio. Titolo imprevedibile.
«Il titolo è spiegato dalle canzoni».

Riassuma.
«Accompagnando i miei figli a scuola, ho conosciuto un altro papà, Jimmi Santucci, che non ha nulla a che fare con la musica. Abbiamo iniziato a parlare, scoprendo di interessarci delle stesse teorie».

Quali?
«Le similitudini tra gli antichi scritti di popoli dimenticati come gli Esseni, i Sumeri, gli Assiri o anche gli Egizi e la nostra cultura. Insomma, molti dei princìpi che informano le tavolette dei Sumeri sono stati poi ripresi dalla nostra fisica quantistica. C’è un’affinità sorprendente. Ad esempio, gli Esseni usano la frase “così in cielo, così in terra”, che è una sorta di connessione ante litteram tra materia e antimateria»

Certo, con Sanremo c’entrano poco. Di sicuro lei non vive in una metropoli.
«Infatti sto a Campagnano, trenta chilometri da Roma vicino al lago di Bracciano. Il mio casale è su di una collinetta e da lì osservo il cielo e la terra, sono - come dice il titolo del cd - tra l’aratro e la radio».

Più osservatore o più contadino?
«Ho molti animali: un asino, un pappagallo che sta in giro per gli eucalipti e fa come i gatti: torna a casa solo per beccare semi e pane. E poi un cane, quattro galline tibetane, che sono nere e buffe, e due papere afghane, che hanno in testa una sorta di colbacco di peli. A dire il vero, prima erano di più, ma poi sono passate le volpi e le faine e se le sono pappate. Volevo anche una zebra, ma mi hanno detto che è troppo delicata. Adesso sogno un bufalo».

E ha inciso lì il suo cd?
«Una parte l’ho registrato da (e con) Carmen Consoli, nella sua casa in Sicilia. Io registravo la voce e lei preparava il tè, una bella sinergia artistica. Ma l’album l’ho composto nella stanza dei giochi dei miei tre figli, quando loro non facevano troppo rumore. Veder crescere i propri alberi e i propri figli ed essere un tutt’uno con loro è bellissimo. Contemplare la gioia sul volto di un bambino è l’espressione artistica più alta che riesco ad immaginarmi».