Maxi offensiva americana in Irak Terroristi sotto assedio a Samarra

L’operazione Swarmer è la più imponente dal 2003. A Bagdad la prima riunione del nuovo Parlamento finisce senza accordi

Roberto Fabbri

A tre anni dall’invasione dell’Irak e a poco meno dalla cacciata dal potere di Saddam Hussein, che avvenne meno di un un mese dopo, gli Stati Uniti sono ancora impegnati in un imponente sforzo militare per mettere la guerriglia in condizione di non nuocere. Ieri è stata lanciata l’operazione Swarmer (swarm in inglese vuol dire sciame), definita dal comando americano la più vasta offensiva aerea e terrestre dall’avvio delle operazioni in Irak nel marzo 2003.
Obiettivo dei raid aerei americani, che con una cinquantina tra aerei ed elicotteri (per la maggior parte Black Hawk per trasporto truppe) sostengono l’azione a terra di 1.500 militari iracheni e alleati con oltre 200 veicoli tattici, sono le roccheforti dei ribelli a nord di Bagdad, in particolare nella regione di Samarra: qui, il 22 febbraio scorso, un sanguinoso attentato contro una moschea sciita diede il via a una sequenza di violenze tra sunniti e sciiti (le due principali correnti dell’Islam spesso in aperto contrasto tra loro) che hanno rischiato di trascinare l’Irak nel baratro della guerra civile, come peraltro vogliono i nemici della stabilizzazione post-Saddam sostenuta dalla coalizione a guida Usa.
L’operazione Swarmer dovrebbe durare, secondo fonti militari, diversi giorni. Ieri truppe americane e irachene hanno circondato quattro villaggi: secondo il Comando Usa sono già stati localizzati e posti sotto sequestro numerosi depositi di armi, munizioni ed esplosivi. Malgrado gli scontri, ha precisato il comandante in capo delle forze americane in Medio Oriente, generale John Abizaid, il ritiro progressivo delle truppe Usa dall’Irak dovrebbe continuare secondo le previsioni. Da parte sua il segretario di Stato Condoleezza Rice, ieri in Australia, ha replicato a chi la contestava, all’inizio del quarto anno di scontri armati in Irak con le truppe americane nel Paese, che sarà la Storia a giudicare la guerra per destituire Saddam Hussein.
Il rischio, come ha riconosciuto il ministro degli Esteri iracheno Hoshar Zebari, era che Samarra diventasse la nuova Falluja, la città del «triangolo sunnita» che a lungo fu un inespugnabile quartier generale della guerriglia, per riconquistare il quale fu necessaria una dura e sanguinosa operazione costata la vita a decine di marines. Alla presa (o per meglio dire ripresa) di Falluja erano seguite fruttuose campagne di contro gli insorti in fuga nella valle dell’Eufrate su su fino ai confini con la Siria, dove altri capisaldi furono cancellati. Parte dei superstiti sarebbero poi riusciti a riorganizzarsi, appunto, proprio nella regione sunnita di Samarra. Ora Zebari parla di «operazione destinata a sradicare gli insorti dal teatro delle ostilità».
Mentre a nord di Bagdad si combatteva, nella capitale si riuniva per la prima volta l’Assemblea nazionale irachena eletta lo scorso 15 dicembre. Ma non si è potuto parlare di un successo: dopo una mezz’ora di belle parole i lavori sono stati sospesi e aggiornati perché le fazioni parlamentari non riuscivano ad accordarsi sulla scelta di uno speaker, e meno ancora a dare indicazioni comuni per la formazione di un governo di unità nazionale e sul nome della personalità che dovrebbe guidarlo.
Uno dei motivi di scontro più forte è l'insistenza dell'Alleanza irachena, la coalizione sciita vincitrice dalla consultazione, a ricandidare a primo ministro il premier uscente Ibrahim Jaafari. Lo stesso Jaafari ha dichiarato ieri di essere disposto a fare un passo indietro. «Se la mia gente mi chiede di farmi da parte, lo farò», ha dichiarato il premier in una conferenza stampa seguita alla seduta parlamentare. «È la mia gente che mi ha scelto - ha sottolineato - e spetterà al Parlamento decidere».