Maxi rapina, una pista porta a Palermo

Gli investigatori sono al lavoro dopo il colpo da cinque milioni alla
gioielleria Scavia di via della Spiga C’è una traccia: la tecnica
utilizzata dai banditi è quella di una gang di siciliani nota alla
polizia

Una tecnica d’azione collaudata e già nota agli investigatori; un forte accento meridionale, probabilmente siciliano di Palermo. Sono questi i pochi ma solidi elementi sui quali devono lavorare gli investigatori della squadra mobile che da sabato mattina sono alla ricerca della banda di tre rapinatori che hanno fatto razzia alla gioielleria «Scavia» di via Spiga 9, due travestiti da vigili e uno con il cappotto. Ieri mattina la polizia ha confermato che i balordi, autori di un colpo praticamente perfetto, hanno mostrato al signor Paolo, responsabile del negozio (il titolare, Fulvio Maria Scavia, al momento del colpo era a New York, ndr) la foto della sua abitazione e quella della moglie, minacciandolo con una frase appena sussurrata ma molto eloquente: «Fai quello che ti diciamo o fanno una brutta fine». Poche parole, pronunciate con un accento distintamente meridionale nel quale i due uomini e le due donne dipendenti della gioielleria e sequestrati per poco più di un’ora dai rapinatori hanno creduto di distinguere distintamente l’inflessione siciliana.
Se così fosse si tratterebbe dell’ennesima banda di siciliani che mette a segno una rapina in una nota gioielleria milanese. Già per il colpo a «Casa Damiani», avvenuto nel febbraio 2008 in corso Magenta (bottino ufficiale, 10 milioni di euro) sei dei nove arrestati erano originari di Palermo, due di Catania e l’ultimo di Melfi. Secondo gli investigatori milanesi ci sarebbero stati dei collegamenti tra almeno uno di loro e un'importante famiglia palermitana, quella dei Pagliarelli clan del boss Giovanni Nicchi, arrestato nel dicembre 2009.
Palermitani erano anche i sei componenti della banda che mise a segno il colpo miliardario il 12 maggio 2001 alla gioielleria Chopard di via Spiga. E sempre dal capoluogo siciliano proveniva il capo dei balordi autori di una notissima rapina alla gioielleria Cartier, nell’aprile 1991, di via Montenapoleone: Pino Rebuscini, nome storico della mala milanese.
«Ci sono bande che si sciolgono e poi si ricompongono sulla falsariga di quelle che le hanno precedute - spiega un investigatore che per anni si è occupato di rapine di preziosi -. Magari i componenti non sono più gli stessi, ma le ispirazioni e le tecniche sì. Tutte le bande di siciliani che hanno agito nel quadrilatero della moda o, comunque, in famose gioiellerie milanesi, facevano lavori estremamente “puliti”, senza sbavature. Quando, dopo gli arresti e le condanne, qualcuno di quei rapinatori si ripresentava sulla piazza, portava con sé l’esperienza precedente. E i colpi messi a segno erano altrettanto perfetti. Ma li abbiamo sempre catturati».
Quando vennero arrestati i rapinatori del colpo da Damiani Francesca Messina, allora dirigente della squadra mobile, formulò qualcosa più consistente di un’ipotesi investigativa, sostenendo che soldi ricavati dalla vendita all'estero dei gioielli non vennero gestiti dalla banda, ma servivano a Cosa Nostra per finanziare l’acquisto di ingenti partite di droga.
«Richiamo gli amministratori pubblici con tutta la forza possibile a mettere al primo posto la difesa delle condizioni che ci consentono di lavorare senza paura», ha dichiarato ieri Luca Buccellati, presidente dell’Associazione orafa lombarda.