Maxiblitz a Bagdad, sequestrati 150 impiegati

I rapitori indossavano le divise dei reparti speciali della polizia. Immediata rappresaglia sunnita: autobomba fa strage a Sadr City

Marcello Foa

È una sfida al governo di Maliki e agli Stati Uniti. Non è la prima volta che gruppi di persone vengono sequestrati in Irak; ma finora si trattava di episodi isolati, di dimensioni limitate e nelle zone più remote del Paese. Ieri invece una banda, presumibilmente sciita, ha fatto irruzione nella sede di un ministero, in una delle zone più protette di Bagdad, prendendo in ostaggio cento, forse centocinquanta persone.
I dettagli, riferiti dai testimoni, sono sconcertanti. Il commando era composto da dozzine di uomini che indossavano le divise mimetiche dei reparti speciali del ministero degli Interni. Sono arrivati a bordo di una ventina di jeep e di altrettanti furgoni. Il quartiere di Kerrada è pieno di posti di blocco, ma nessuno ha cercato di fermarli. Solo alcune guardie di sicurezza hanno aperto il fuoco, ma sono state rapidamente neutralizzate. L’obiettivo era stato scelto con cura: la sede distaccata del ministero dell’Istruzione, una palazzina di quattro piani.
I terroristi hanno bloccato le due estremità della strada e hanno fatto irruzione nell’edificio, procedendo a una selezione degli ostaggi: hanno chiuso a chiave in una stanza tutte le donne, dopo aver sequestrato i telefoni cellulari, e hanno radunato nel cortile gli uomini presenti: dirigenti, impiegati, guardie della sicurezza, visitatori. Poi hanno diviso gli sciiti dai sunniti, distinguendoli in base ai documenti. E a chi li implorava, sostenendo la propria innocenza, loro replicavano: «Non preoccuparti, se non hai fatto niente di male ti lasceremo andare».
Ma che cosa significa fare «qualcosa di male» nell’Irak di oggi? Per i terroristi di ieri significa essere sunniti. Agli sciiti presenti, infatti, non hanno fatto nulla. Gli altri sono stati caricati a bordo dei furgoni; che sono partiti a tutta velocità verso il quartiere di Sadr City. Il tutto sotto gli occhi di alcuni agenti, che non hanno nemmeno tentato di opporsi. Tempo necessario: venti-venticinque minuti. Un’operazione militare in piena regola, molto sofisticata, forse troppo. Il sospetto è che il commando abbia beneficiato della complicità di settori di forze di sicurezza.
Il ministro dell’Interno è sciita, quello dell’Istruzione sunnita e negli ultimi giorni aveva chiesto insistentemente maggior protezione per i suoi dipendenti, ma si era sentito rispondere: «Stiamo studiando la questione». Coincidenze, solo coincidenze, come quelle che hanno portato all’arresto di cinque alti funzionari di polizia del quartiere di Kerrada, che però sono stati accusati solo di «negligenza», almeno per il momento. Un capro espiatorio.
A modo loro i sequestratori sono stati di parola: nel tardo pomeriggio hanno liberato cinquanta ostaggi. Per gli altri, altrettanti o forse più, l’epilogo più probabile è la decapitazione o lo sgozzamento, naturalmente dopo aver subito orribili torture.
Di fronte a un fatto tanto sconvolgente, le altre notizie di giornata sono passate in secondo piano. Almeno dieci persone hanno perso la vita nell’esplosione di un’autobomba nella via commerciale di Al Rashid. Erano tutte sunnite. Non si è dovuto aspettare molto per la ritorsione: in serata un ordigno ha ucciso sette sciiti e ne ha feriti 25 a Sadr City, mentre gli Usa hanno compiuto due raid il cui bilancio è controverso. Il commando statunitense ha dichiarato di aver eliminato nella sunnita Ramadi undici ribelli armati, ma testimoni locali e fonti ospedaliere hanno dichiarato che i morti sono almeno trenta, quasi tutti civili, e che i carri armati hanno distrutto diverse case. In un secondo blitz, questa volta in un sobborgo sciita di Bagdad, le forze americane avrebbero ucciso sei guerriglieri.
In questo clima di incessante violenza, cresce la tentazione di far giustizia o, perlomeno, di cercare protezione da sé. Il ministro dell’Istruzione Abed Diab al Agily ha fatto notare che il maxisequestro di ieri segue una lunga serie di attentati contro docenti: dalla caduta del regime di Saddam Hussein, nel 2003, sarebbero oltre 150 i professori ammazzati. «Non posso più accettare che gli insegnanti vengano assassinati», ha dichiarato. Al Agily voleva interrompere le lezioni universitarie a tempo indeterminato, ma poi si è ricreduto, mentre ha confermato la richiesta per poter reclutare 800 volontari da adibire alla protezione delle università e dei docenti più in vista. Una misura in sé ragionevole, ma che rischia di creare una nuova milizia in un Irak che sembra rispettare una sola legge: quella del taglione.